JAUME CABRÉ.
...
.
...
LE VOCI DEL FIUME.
...
.
...
Parte 1.
...
.
...
Titolo originale: Les veus del Panamo.
Traduzione di: Stefania Maria Ciminelli.
2007. Editrice La nuova frontiera, ROMA.
Collezione Liberamente. 
ISBN 978-88-8373-101-3. 
...
.
...
Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
...
.
...
Presentazione.
...
.
...
Le voci del fiume, 2007, è attualmente il suo ultimo romanzo. La storia, ambientata nella zona del Pallars Sobirà, nei Pirenei catalani, abbraccia un periodo che va dagli anni Quaranta fino ai nostri giorni, e mette in scena una serie di personaggi quali i maestri Oriol Fontelles e Tina Bros o la signora Elisenda Vilabrú. La memoria storica, l'impossibilità del perdono, la paura dell'oblio sono alcuni dei temi presenti nel romanzo. 
...
.
...
L'AUTORE. 
...
.
...
Jaume Cabré i Fabré (Barcellona, 30 aprile 1947) è uno scrittore e sceneggiatore spagnolo, originario della Catalogna. 
È uno dei grandi autori della letteratura catalana contemporanea. Le sue opere sono tradotte in quindici lingue e hanno raggiunto un successo straordinario in Germania, Francia e Olanda, consacrandolo quale protagonista di primo piano del panorama letterario internazionale. È attualmente professore di scrittura audiovisiva all'Università di Lleida e membro della Sezione Filologica dell'Institut d'Estudis Catalans.
...
.
...
LE VOCI DEL FIUME.
...
A Margarida
Padre, non li perdonare,
perché sanno quello che fanno.
VLADIMIR JANKÉLÉVITCH.
...
Un fruscio leggerissimo. Come se qualcuno accarezzasse la porta. Si aprì silenziosamente e una mano inguantata strinse la maniglia all'interno per evitare che facesse rumore. La porta si chiuse con un
fremito impercettibile. Qualcuno, una figura scura, si muoveva nell'oscurità della casa. Gli occhi di Juri, abituati al buio, lo seguirono in silenzio. Lo sconosciuto entrò nello studio. Avevano lasciato la persiana alzata e lui imprecò contro tutti i santi. Al di là del  vetro, i fiocchi di neve provocati da quell'inatteso fronte d'aria polare che raggelava il paesaggio come fosse una tomba rendevano più silenzioso il panorama notturno. Non si sentiva neanche il mormorio del fiume. Preferì non abbassare la persiana, perché nessuno, per nessun motivo, doveva mai sapere che lui quella notte era entrato in quella casa.
Con un sospiro di disappunto l'estraneo si sedette davanti al computer, lasciò la borsa per terra,
accanto alla sedia, e accese l'apparecchio. Osservò che la scrivania era in un ordine impeccabile; sapeva
che questo gli avrebbe facilitato il lavoro. Juri aveva seguito l'intruso in silenzio fino allo studio e
adesso l'osservava, ancora più in silenzio, dalla porta. La luce azzurrastra dello schermo riempì la
stanza e il nuovo arrivato sperò che quel tenue e freddo chiarore non si scorgesse né dalla strada
solitaria né dall'altra parte della casa. Su un post-it, attaccato al bordo dello schermo, c'era scritto
"Buongiorno! Il pranzo è nella credenzina sul frigorifero. Grazie di tutto!". Cominciò a esaminare le
cartelle. Tirò fuori dalla tasca del giaccone la scatola dei dischetti e iniziò pazientemente a copiare file.
Da qualche parte del palazzo qualcuno tossì e lui calcolò che potevano essere i vicini del piano di sotto
di ritorno da qualche festa, annebbiati, annoiati, stanchi, borbottando tra i denti che non avevano più
l'età per certe cose. Una macchina che avanzava con una marcia bassa, probabilmente a causa della
neve, ferì il silenzio della notte. Perché vanno così lenti i computer quando hai fretta. Perché fanno così
tanto rumore, se dicono che sono silenziosi. In quel momento suonò il telefono. Lui si immobilizzò,
spense il computer in pieno funzionamento, rimase immobile, come un sasso, e una goccia di sudore gli
scivolò sul naso. Non l'asciugò perché lui non esisteva. Nessun movimento dall'altra parte della casa.
«In questo momento non posso rispondere. Lasciate un messaggio dopo il segnale acustico.»
«Senti, non posso venire domani mattina perché ho un altro carico di pietre a Tremp e mia figlia non ammette scuse. Non ti preoccupare, passo più tardi, prima di pranzo. Ciao. Tantissimi auguri e un
bacio. Verrò a trovarti. Ah, avevi ragione: è vero che si sente la cantilena del Pamano.»
Bip, bip. Ciao. Una voce maschile, con l'accento di quelle montagne, roca per il fumo e il caffè
corretto, che parlava fiduciosamente del giorno dopo. Lo sconosciuto aspettò qualche secondo che si
aprisse una porta. Niente. Nessuno. Per sua fortuna, Juri aveva deciso di non rivelare la propria
presenza rimanendo nascosto nella propria immobilità. Quando si fu dissipato il ricordo dello squillo
del telefono, quando fu in grado di sentire di nuovo i fiocchi di neve che si posavano dolcemente sulle
forme di tutto, lo sconosciuto si permise di respirare appena e accese di nuovo il computer.
Juri abbandonò la porta dello studio senza sapere bene che fare e per il momento si nascose in
soggiorno, attento a ogni rumore che arrivasse dallo studio.
L'intruso tornò al lavoro. Riempì subito cinque dischetti con i file delle cartelle che avevano nel
nome le iniziali O.F., più qualche altro, perché non si sa mai. Quando ebbe finito, buttò tutti questi file
nel cestino del computer. Si assicurò che non rimanesse traccia di quei documenti né di altri simili.
Quindi inserì un nuovo dischetto con il virus, lo tolse e spense il computer.
Accese la torcia e se la mise in bocca per avere le mani libere. Svuotò senza fatica le tre
cartelline che gli interessavano dello schedario sul tavolo. Erano fogli, foto, cartelle di dossier. Mise
tutto nella borsa e chiuse lo schedario. Sul pavimento, accanto alla parete, una valigetta rossa. L'aprì.
Come se qualcuno dovesse partire. Vi rovistò dentro attentamente: niente di interessante. La chiuse e la
lasciò così come l'aveva trovata. Prima di andare via gli venne in mente di frugare in tutti i cassetti, nel
caso ci fosse qualcosa. Fogli in bianco, blocchi, quaderni di scuola. E una scatola. L'aprì e un rivolo di
sudore gli si concentrò improvvisamente sulla fronte. Gli sembrò di sentire un sospiro di pena dall'altra
parte della casa.
Mentre chiudeva la porta sul pianerottolo sapeva di non aver lasciato tracce della sua presenza,
sapeva di aver fatto tutto in poco più di un quarto d'ora e che quanto più lontano l'avesse sorpreso
l'aurora tanto meglio sarebbe stato.
Appena fu di nuovo solo, Juri entrò nello studio al buio. Sembrava che tutto fosse al solito
posto, eppure lui sentiva una certa angoscia qui dentro. Come una strana sensazione di non essere stato
all'altezza della situazione.
Prima parte
Il volo del verdone
Nomi stesi coperti di fiori.
JOAN VINYOLI
Alle nove di mattina di venerdì trenta marzo dell'anno di Nostro Signore duemiladue, il giorno
tanto atteso, tanto sospirato, gli occhi di numerosi fedeli arrivati in piazza San Pietro in Vaticano da
tutti gli angoli del mondo sono ansiosamente fissi sulla finestra adornata di damaschi da cui sua santità
il Papa deve impartire la benedizione urbi et orbi. Sebbene la primavera sia già arrivata, fa un freddo
della miseria, per colpa dell'aria gelida che sale a tradimento dal Tevere per via della Conciliazione e
che entra briosa nella piazza, trionfante, con l'intenzione di spezzare la devozione dei cuori, già pronti
per l'apparizione del Sommo Pontefice. Fazzoletti in danza, per i raffreddori o per l'emozione. La
finestra si muove, con un improvviso riflesso dei vetri del balcone che si aprono verso l'interno. Un
microfono, un sacerdote premuroso che lo sistema all'altezza giusta e la figura rimpicciolita, vestita di
bianco immacolato, del santo padre Giovanni Paolo II che pronuncia parole impossibili da capire,
nonostante la gente abbia smesso di soffiarsi il naso. Poi la benedizione. Sei suore guineane piangono
di gioia, inginocchiate sul lastricato umido della piazza. Il gruppo guidato da don Rella, in ottima
posizione sulla linea della finestra papale, è raccolto in un silenzio un po' imbarazzato per le effusioni
quasi superstiziose di alcuni fedeli, che brandiscono un rosario intrecciato alle mani o baciano un
santino da mezzo euro con il ritratto del Papa o fanno la foto che immortala il momento. Don Rella fa
un gesto discreto a voler dire ma dove andremo a finire e guarda l'orologio. Devono sbrigarsi se
vogliono essere a piazza del Sant'Uffizio tra mezz'ora. Appena la figura del Papa scompare, subito
dopo la benedizione, trascinata via dai medici, don Rella alza il braccio e indica la direzione da seguire,
tra la folla, disposto a farsi strada a colpi secchi di ombrello rosso per la fitta selva della piazza del
Vaticano. Come un sol uomo, le cinquanta donne e i tredici uomini del gruppo seguono la direzione
dell'ombrello. Le altre persone cominciano a circolare lentamente, come se gli dispiacesse abbandonare
un luogo dove tante volte avevano sognato di trovarsi.
Una berlina con i vetri scuri avanza felinamente per via di Porta Angelica, gira a destra e si
ferma al posto di controllo di via del Belvedere. Due uomini con apparecchio acustico, occhiali scuri e
nuca rasata si avventano, uno ad ogni lato, sui finestrini che si abbassano con eleganza, come un
movimento calcolato di palpebre. Si raddrizzano contemporaneamente e fanno segno di lasciarli
passare. Uno, però, accompagna la berlina a passo veloce esattamente fino al posto in cui deve
parcheggiare, su via della Posta. Un usciere vaticano sbucato dal muro apre lo sportello del lato destro
della berlina. Davanti al portone del Palazzo Apostolico una guardia svizzera mascherata da
giannizzero si comporta come se il mondo intorno a sé non presentasse alcun interesse e guarda
davanti, verso l'edificio del posto di controllo, come se vi volesse scoprire inconfessabili segreti. Due
piedi eleganti, calzati in scarpe rigorosamente nere, con la fibbia argentata, escono dalla berlina e si
posano delicatamente a terra.
Come vuole il cerimoniale, come previsto per il grande giorno, si celebrerà una messa nella
basilica di San Pietro con la partecipazione della Sacra Congregazione dei Riti al completo. Per
prudenza, tutti gli ospiti speciali sono stati convocati tre ore prima della cerimonia per evitare ogni
minimo contrattempo, perché se qualcosa ha imparato a fare la Santa Chiesa Cattolica, Apostolica e
Romana nel corso dei secoli è stato immaginare, organizzare e realizzare qualsiasi tipo di cerimonia
con il grado esatto di fastosità corrispondente all'importanza della celebrazione.
Tutta vestita di nero, figura sottile ed eretta nonostante i suoi ottantasette anni, coperta con un
cappello discreto ma elegantissimo, aspetta che il figlio e l'ex nuora si sistemino uno ad ogni lato. Con
una certa stanca indifferenza, non bada alla confusione che viene dalla piazza, dove la gente fa da folla
senza saperlo. Gasull si sta occupando dei permessi con il caporale che è comparso dietro l'usciere.
«Dove è andato a finire Sergi» dice la dama guardando dritto davanti a sé con aria severa, senza
neanche prendersi il disturbo di dare alla frase un'intonazione interrogativa.
«È qui, mamma» risposta secca di Marcel. «Dove vuoi che sia?»
Sergi si era allontanato di qualche passo e aveva acceso una sigaretta prevedendo che là dentro
non avrebbe potuto fare una sola boccata per i secoli dei secoli.
«Non lo sento.»
Se solo facessi lo sforzo di chiederglielo, pensa Mertxe, che non può nascondere l'espressione
di insofferenza che le si è stampata in faccia sin dalle prime ore del mattino. Ma tu non chiederai mai
certe cose a certe persone, né girerai mai la testa per cercare qualcuno, perché non vuoi che ti si
formino le rughe sul collo e perché sono gli altri che alla fine vengono davanti a te.
«Allora?» la dama a Gasull.
«Fatto. Tutto a posto.»
Il pacchetto di cinque persone con il numero di controllo 35Z attraversa il portone del Palazzo
tre ore prima dell'inizio della celebrazione.
La sala di Santa Chiara è spaziosa, delicatamente illuminata dalla luce pigra che entra da tre
balconi affacciati su un vasto cortile interno, dove ora cammina, con una certa fretta, un uomo
insolitamente adornato con una banda gialla in diagonale sul petto, preceduto da un premuroso
cittadino non in abiti da festa che gli indica una porta tendendo a metà il braccio. Sul lato opposto ai
balconi, un emisfero immenso é scuro mostra ciò che l'umanità nel XVII secolo sapeva della Terra. E,
accanto, un pianoforte a coda, presenza insolita in quella sala, con quell'aria elucubrativa che hanno gli
strumenti musicali quando rimangono muti.
Il responsabile del cerimoniale, un uomo asciutto, vestito di nero come la dama, probabilmente
un sacerdote, indica loro, in un italiano mormorato per persone che sa già che non lo capiranno, che si
possono sedere, che facciano come fossero a casa loro, che adesso bisogna solo aspettare e che aprendo
la porta accanto al pianoforte troveranno una stanza da bagno1 a loro disposizione. Mentre stanno
ancora prendendo posto, una donna di mezza età, probabilmente una suora, ha fatto entrare un carrello
pieno di antipasti e di bevande rigorosamente analcoliche e l'uomo asciutto mormora a Gasull che
un'ora prima della cerimonia porteranno via il carrello, capisce perché.
La dama si siede su un'ampia poltrona, con le gambe giunte, e dirige gli occhi, come se ci
vedesse, verso il fondo della sala, in attesa che tutti gli altri la imitino. Dentro è in grande tensione, al
limite di quanto il suo debole corpo può sopportare. Ma non lascia intravedere né al figlio né all'ex
nuora né al nipote indifferente, che adesso vaga accanto ai balconi, né all'avvocato Gasull che si sente
nervosa, quasi angosciata, seduta su una comoda poltrona nella grande sala di Santa Chiara, nel Palazzo
Apostolico del Vaticano. La dama sa che adesso, dopo questo giorno, potrà morire in pace. Si porta la
mano al petto per sentire al tatto la croce appesa al collo. Sa che oggi culminano sessant'anni di
angosce ed è incapace di riconoscere che forse sarebbe stato meglio per lei vivere un'altra vita.
1
Il giorno in cui seppellirono il suo nome nell'oblio c'erano pochissime persone per strada. Anche
se non avesse piovuto ce ne sarebbero state poche, perché la maggior parte degli abitanti preferì far
finta che la cosa non li riguardasse, e da una finestra discreta, o dal recinto dell'orto, seguì la cerimonia
ricordando le tante lacrime. Il sindaco aveva deciso che la cerimonia ci sarebbe stata, per quanta
pioggia potesse venir giù; non disse che il motivo profondo di questa dimostrazione di volontà politica
era che alle due aveva un appuntamento con un cliente a Sort, dove a casa Rendé li aspettava un piatto
di arròs caldós che in questo momento lo faceva già sognare. Ma lui era un Bringué, e voleva che fosse
chiaro per tutto il paese, compresa casa Gravat, che la cerimonia si sarebbe svolta anche sotto il diluvio.
Fecero il cambio, quindi, in presenza del sindaco, degli assessori, del segretario e di due volenterosi
turisti, in impermeabile sgargiante, che passavano per caso di là e non sapevano proprio di cosa si
trattasse ma non smisero un momento di fare fotografie sulle usanze singolari degli abitanti di alta
montagna, oltre a Serrallac, imprescindibile, e alla Bàscones, che nessuno capiva che cosa ci facesse,
per l'amor di Dio, in una celebrazione come quella. Frenocolopessia. Jaume Serrallac aveva fabbricato
le quattro magnifiche targhe in un marmo grigio chiaro e lettere nere la cui eleganza avrebbe voluto
strade più nobili, muri più interi e un paese più compiuto. La targa con la scritta "Carrer President
Francesc Macià" sostituiva quella della "Calle Generalìsimo Franco". La scritta "Carrer Major"
prendeva il posto di "Calle José Antonio", "Plaça Major" sostituiva "Plaza de España" e la targa "Carrer
del Mig" rimpiazzava quella della "Calle falangista Fontelles". Dal momento che era tutto già pronto, i
buchi già fatti e che Serrallac, con l'attività a pieno regime per le tante sostituzioni di targhe che stava
comportando la morte della dittatura, poteva procedere quasi a occhi chiusi, la cosa fu un gioco da
ragazzi. Quella targa, quella del falangista Fontelles, che opponeva una certa resistenza a venir via,
dovette farla a pezzi a colpi di mazzuolo contro lo stesso muro. Poi buttò i pezzetti di storia triste nel
contenitore davanti a casa Batalla. I frammenti di falangista Fontelles emisero un grido muto e
impotente che si unì al gemito quasi impercettibile proveniente dal portico di casa Gravat, dalla figura
tesa e immobile che si teneva stretta al parapetto, e che nessuno, tranne i gatti, sentì. Due donne, una di
loro anziana, seguirono ben coperte la cerimonia dall'alto della Rasa. Quando si furono assicurate che
Serrallac aveva fatto a pezzi la vecchia targa, cominciarono a scendere lentamente per il Carrer del Mig
a braccetto, guardando tutte le facciate, le finestre, le porte, e facendo ogni tanto un breve intimo
commento, forse per dissimulare il turbamento di sapere che molti occhi le stavano osservando
dall'interno delle case con la stessa impunità con cui avevano spiato la cerimonia della sostituzione
della targa della loro strada. Quando arrivarono al contenitore vi si sporsero dentro, come se avessero
bisogno di constatare qualcosa. Il gruppo delle autorità si stava già dirigendo per il Carrer Francesc
Macià fino alla Plaça Major per fare l'ultima sostituzione in programma; qui era previsto che il signor
sindaco pronunciasse quattro parole sullo spirito di riconciliazione che significava la cerimonia della
restituzione dei nomi. A partire da questo momento, recuperato il silenzio abituale di quel pezzo di
strada, nessuno a Torena pensò più a Oriol, e da tutte le case uscì un silenzioso sospiro di sollievo
mentre tutti pensavano finalmente scompare uno dei simboli di tanta discordia. Nessuno in paese,
tranne quell'ombra che nel portico di casa Gravat si puliva gli occhiali e pensava starete a vedere chi
ride ultimo, pensò più a Oriol Fontelles fino a ventiquattro anni dopo, quando si cominciò a parlare di
demolire l'edificio solitario e inutile della vecchia scuola per entrare nel ventunesimo secolo con un
paese più ordinato.
Com'era immaginabile, la direttrice della scuola di Sort affidò a Tina Bros l'incarico di andare a
Torena e di mettere ufficialmente il naso tra gli oggetti dell'edificio della vecchia scuola, perché
stavano pensando a una mostra sull'evoluzione del materiale scolastico e sicuramente in quel piccolo
edificio potevano trovare qualcosa di interessante. Materiale moraleggiante e cose del genere. Siccome
stava facendo il libro, l'avevano eletta ricercatrice ufficiale della scuola. E così Tina, che aveva la testa
da un'altra parte, dovette recarsi controvoglia a Torena per la seconda volta in tre giorni con la sua
insolita Duecavalli rossa. Non poteva sapere che parcheggiava sotto la targa che ventiquattro anni
prima aveva ristabilito il nome originario di Carrer del Mig, chiese le chiavi della scuola al comune, lì
le dissero che non ce le avevano, che i muratori ci stavano già lavorando, e quando arrivò davanti
all'edificio, l'ultimo del paese sulla strada verso il colle del Triador, li trovò che cominciavano a
smontare il tetto di ardesia, una lastra dopo l'altra. Senza pensarci su, prese la macchina fotografica
piccola, quella con la pellicola sensibile, e, approfittando del tenue chiarore del crepuscolo, scattò tre
istantanee dell'edificio. In nessuna aveva inquadrato i muratori sul tetto. Forse qualcuna di quelle foto
le sarebbe servita per il libro. Forse sì. Per fortuna i muratori avevano iniziato dalla parte dei bagni.
Ebbe tempo di frugare negli armadi dell'aula, ebbe tempo di sporcarsi le mani con il nero appiccicoso
della polvere di tanti anni, cestinò fogli inservibili, salvò una dozzina di libri concepiti con pedagogia
preistorica ma che avevano il loro interesse per la mostra e ascoltò il rimbombo della mazza dei
muratori che cominciava a condannare quell'edificio al nulla. Tutto il materiale raccolto entrava
comodamente nello scatolone che si era portata da Sort. Rimase lì un bel po', gli occhi aperti, lo
sguardo perso lontano, fuori dalla finestra, a pensare se ciò che aveva intenzione di fare una volta uscita
dalla scuola non fosse un attacco alla propria dignità. Probabilmente, sì; ma Jordi non le aveva lasciato
scelta. Altri due minuti a bocca aperta; nessuna scelta. Dio, perché Jordi era come era; perché Arnau
era come era. Perché a casa non parlavano mai di niente, perché erano così chiusi, perché Arnau si
allontanava ogni giorno di più, al punto da passare anche dei giorni fuori di casa, dando solo risposte
vaghe sulle persone con cui andava. Dopo un bel pezzo con quei pensieri amari, sospirò, abbassò lo
sguardo e si ritrovò nella scuola vuota di Torena. Fece uno sforzo per smettere di pensare a tutti e due
per un po', soprattutto a Jordi. Le venne in mente, allora, di guardare nei cassetti della cattedra. Nel
primo, oltre al fiume di ricordi invisibili che ne scaturì non appena lo ebbe aperto, c'erano ancora
quattro trucioli lasciati lì da qualcuno che un giorno vi aveva temperato una matita. Negli altri due non
era rimasto niente, nemmeno i ricordi. Il giorno declinava con pigrizia attraverso i vetri sporchi e
improvvisamente si rese conto che i colpi di mazza erano finiti già da un po'.
Alla lavagna c'era un gessetto rosicchiato. Lo prese e non potè trattenersi dall'usarlo; scrisse la
data, con bella grafia da maestra: mercoledì, 13 dicembre 2001. E si girò, come se avesse dei bambini
seduti sui banchi tarlati, per spiegargli che cosa avrebbero fatto quel giorno. Ma rimase a bocca aperta
vedendo in fondo all'aula, accanto alla porta, un muratore mal rasato, con una sigaretta in bocca, una
scatola di sigari in una mano e una lampada a gas nell'altra, rimasto anche lui a bocca aperta. Ma fu il
primo a reagire:
«Signora... Noi ce ne andiamo, che non si vede niente. Riporta lei la chiave?»
Si avvicinò con il lume, la luce e un mazzo di chiavi attaccato ai blue-jeans bianchi di polvere, e
a Tina sembrò che fosse un bambino che le andava a portare il quaderno e che lei fosse da sempre la
maestra di quella scuola. Il muratore lasciò la scatola di sigari sulla cattedra.
«Abbiamo trovato questa dietro la lavagna.»
«Dietro questa lavagna?»
Il muratore si avvicinò e fece scorrere la lavagna, che pure sembrava attaccata alla parete;
invece scivolò di lato, con un gemito doloroso, di due palmi buoni, lasciando scoperta una piccola
cavità buia. Vi avvicinò il lume.
«Qui dentro.»
«Come il tesoro di un pirata.»
Il muratore rimise a posto la lavagna.
«Sono i quaderni dei bambini» disse. E batté con le dita due volte sulla scatola. Era una scatola
di sigari ben conservata, legata con un cordino nero.
«La posso prendere?»
«Stavo per buttarla.»
«Mi potrebbe lasciare la lampada?»
«Morirà di freddo se rimane qui» l'avvertì l'altro mentre le porgeva il lume.
«Sono abbastanza coperta.» E per il lume: «Grazie.»
«Chiuda a chiave quando se ne va, e lasci la lampada all'ingresso. Domani la troveremo lì.»
«Quanto ci metterete a demolire l'edificio?»
«Domani finiamo. Oggi abbiamo solo preparato tutto. Questa demolizione è roba da poco.»
E salutò come fosse un marine, portandosi un dito svogliato alla tempia. Chiuse d'un colpo e le
chiacchiere sue e dei suoi due colleghi si dispersero lentamente attraverso la finestra sporca, finché
tutto rimase così in silenzio che per poco non si sentirono i colpi di tosse di Elvira Lluìs, quella
bambina che sedeva in prima fila morta tisica cinquantasei anni prima. Tina si guardò intorno. La luce
della lampada a gas regalava nuove ombre sconosciute. Questa demolizione è roba da poco, pensò.
Quante generazioni di bambini hanno imparato a leggere e scrivere qui? pensò. In un sol giorno, tutto
ridotto in polvere, sospirò.
Tornò alla cattedra e si accorse che il muratore aveva ragione da vendere: quell'aula era un
frigorifero. E la luce del giorno svaniva sempre più in fretta. Lasciò il lume sulla cattedra e pensò al
tesoro del pirata. Immagina se avessero demolito la scuola con dentro i diamanti, pensò... Sciolse il
cordino nero e sollevò il coperchio: i diamanti erano dei quaderni con la copertina celeste o verde
chiaro, non si vedeva molto bene, con la parola Quaderno scritta in diagonale, a lettere nere stampate.
Quaderni di bambini. Due, tre, quattro quaderni. Peccato che non siano diamanti, sospirò. E la fitta che,
puntuale, tornava.
Ne aprì uno: notò subito la scrittura ordinata, armoniosa, ben leggibile, che riempiva tutte le
pagine. Ogni tanto, qualche illustrazione. Tutti e quattro i quaderni erano uguali. Nel primo, un viso.
Lei non lo sapeva, ma era un autoritratto di Oriol fatto davanti allo specchio del bagno dei bambini. Un
uomo con lo sguardo triste. Nel secondo, una casa con la scritta sotto: "Casa Gravat". Nel terzo,
vediamo... una chiesa. La chiesa di Sant Pere di Torena. E un cane del tipo Springer Spaniel, con gli
occhi così tristi come Tina non ne aveva mai visti e che probabilmente si chiamava Achille. E
nell'ultimo quaderno, lo schizzo del ritratto di una donna, iniziato, modificato, corretto mille volte e
lasciato a metà, senza labbra e con gli occhi vuoti, come le statue mortuarie di marmo che Serrallac
vendeva nel suo laboratorio. Si sedette e non si accorse che l'alito, per il freddo, le usciva dalla bocca
sotto forma di fumo, come se volesse occultare la scoperta di quei quattro quaderni. Dove aveva sentito
quel nome? Poco prima, sì. Come se qualcuno gliene avesse parlato da pochissimo.
Tina Bros cominciò a leggere incuriosita, senza immaginare, senza neanche sospettare che cosa
le sarebbe piombato addosso. Iniziò dalla prima pagina del primo quaderno, dalla prima riga che diceva
cara figlia che non so come ti chiami ma che so che esisti perché ho visto una tua manina, piccola e
dolce, mi piacerebbe che quando sarai grande qualcuno ti facesse arrivare queste righe perché vorrei
che le leggessi... Ho paura di quello che potranno dirti di me, soprattutto tua madre.
Alle otto e mezza passate, quando la luce della lampada cominciava ad affievolirsi, alzò la testa
d'improvviso, come di ritorno da un altro mondo. Era stata un'imprudenza rimanere a congelarsi in
quell'aula. Le venne un brivido. Chiuse la copertina morbida dell'ultimo quaderno e mandò fuori l'aria
lentamente, come se durante tutta la lettura avesse trattenuto il respiro. Decise che quei quaderni non
avevano interesse per l'esposizione che voleva fare Maite. Li rimise nella scatola di sigari, con il
cordino nero, infilò la scatola nella tasca della giacca a vento e si preparò ad abbandonare quella scuola
dove adesso le sembrava di aver vissuto per più di cinquant'anni.
Lasciò il lume dove il muratore marine le aveva indicato, riportò la chiave in comune e prese a
camminare fin sotto la targa di marmo che informava che erano al Carrer del Mig. La Duecavalli
l'attendeva fedele, coperta da un leggero strato di neve vergine che la proteggeva dalla malinconia della
sua proprietaria.
La strada per Sort, in discesa, era troppo isolata e fredda. Siccome non voleva perdere tempo a
mettere le catene, scese con calma, al ritmo del proprio pensiero intasato dal freddo e dalle pagine che
aveva letto, ma anche dalla prospettiva di ciò che le rimaneva delle ore serali. Su un vecchio muro di
contenimento al confine del comune di Torena, al tornante del Pendìs, una scritta di estetica radicale
denunciava il disboscamento in atto alla Tuka Negra per allungare una delle piste. A scuola non trovò
nessuno: lasciò lo scatolone nell'ufficio di Maite con una nota esplicativa e corse via spiritata perché le
aveva fatto sempre impressione muoversi da sola per quei corridoi quando erano bui e solitari. Come se
con quel freddo potessero prosperare i fantasmi. La Duecavalli la portò senza contrattempi fino alla
pensione lontana. Pur essendo più a nord, lì non aveva ancora nevicato. Sul sedile del passeggero c'era
la scatola di sigari con i quattro quaderni. Per prudenza, non volle fermarsi al parcheggio della
pensione; per cui lasciò la macchina lungo la strada solitaria, ben accostata di lato, spense le luci e il
motore e rimase immobile, fissando la porta illuminata di quella casa. Come se avesse aspettato fino ad
allora, la neve cominciò a cadere prudente, silenziosa. Tina toccò la scatola di sigari sul sedile accanto
al suo, per controllare che fosse ancora lì; non poteva sentire il soffice rumore dei fiocchi di neve che
cadevano sulle cose.
Faceva freddo, era uscita un paio di volte a pulire il parabrezza, non aveva staccato gli occhi
dalla porta della pensione e aveva deciso di non accendere il riscaldamento della macchina, perché con
quel silenzio magico, da scatola di cioccolatini foderata di velluto, persino il fiume scorreva senza fare
rumore e lo scoppiettio del motore avrebbe avvertito Jordi della sua presenza.
L'ultima volta che uscì dalla macchina per battere i piedi per terra, pulì con il raschietto il
ghiaccio del parabrezza e coprì la targa con la neve vergine della strada. Una cosa era riconoscere che
la propria dignità vacillava e un'altra che gli altri lo sapessero. Aveva il naso gelato.
Di nuovo dentro, continuando a guardare il portone illuminato della pensione, da dove in tutto
questo tempo erano uscite solo due persone sconosciute, toccò delicatamente la scatola di sigari con la
mano protetta dal guanto.
«Che hai detto?»
«Hai sentito perfettamente.»
Rosa, a bocca aperta per la sorpresa, o forse per il terrore, sentì il cuore batterle fuori controllo.
La invase una sensazione di nausea e tornò alla sedia a dondolo. Sussurrò:
«Perché?»
«Siamo tutti in pericolo, qui.»
«No, chi è in pericolo è questa creatura.»
«Faccio quello che posso.»
«Stronzate! Vai a trovare la signora Elisenda.»
«Perché?»
«Non ti piace tanto andarla a trovare?» E volendo fare del male: «Non ti viene forse la bava alla
bocca quando ce l'hai davanti? Un volto così plastico, degli occhi così difficili...»
«Ma che dici?»
Come se non avesse insinuato nulla, Rosa guardò fuori dalla finestra e con voce stanca disse tu
sei l'unica persona in paese che lei vorrà ascoltare.
«La signora Elisenda non può farci niente.»
«In questo paese si fa solo quello che dice lei.»
«Magari fosse così.»
Rosa guardò Oriol, lo scrutò negli occhi come se volesse indovinare il segreto degli sguardi che
lui e la signora Elisenda si scambiavano quando stavano insieme. Nel momento in cui Oriol stava per
rispondere, cominciarono a suonare le campane che li avvertivano che era l'ora dell'Angelus. Tacquero
entrambi, loro che non avevano mai pregato, neanche in un inverno duro come quello. E prima che le
campane ammutolissero, Rosa sbottò.
«Se non fai qualcosa, torno a Barcellona.»
«Non mi puoi abbandonare.»
«Sei un vigliacco.»
«Sì, sono un vigliacco.»
Rosa si mise istintivamente la mano sulla pancia e disse con voce stanca non voglio che nostra
figlia sappia che suo padre è un vigliacco e un fascista.
«Non sono fascista.»
«Che differenza c'è tra te e quel figlio di puttana del sindaco?»
«Non gridare che si sente tutto!»
«Lui fa e tu acconsenti.»
«Ascolta, io sono solo il maestro del paese.»
«Potresti far fare al sindaco quello che vuoi.»
«Impossibile. E poi, ho paura. Quell'uomo mi fa paura.»
«Devi fermarlo in questa storia del Ventureta.»
«Non posso. Te lo giuro, non mi dà retta.»
Rosa lo guardò per l'ultima volta negli occhi. Si girò, fece dondolare leggermente la sedia e si
mise a guardare fuori dalla finestra. Era un modo di dirgli addio mentre pensava come è potuto
succedere tutto questo, mentre malediceva il giorno in cui ci è venuto in mente di accettare il posto in
un paese così carino che, secondo l'enciclopedia, aveva un gran numero di capi di bestiame bovino e
ovino e noi due ci staremo benissimo, perché avremo tempo per leggere e per amarci, che è quello di
cui abbiamo bisogno. E dopo averci riflettuto a lungo, aveva detto d'accordo: andiamo a Torena, Oriol.
Adesso la pasta per i cannelloni di Santo Stefano si stava raffreddando sulla tavola. Avrebbe voluto non
aver mai fatto la pasta per i cannelloni quel giorno, avrebbe voluto che non fosse Natale quattro giorni
dopo, perché era impossibile mandare giù niente se pensavi a quel povero ragazzo.
Oriol guardò la nuca di Rosa. Serrò le mandibole rabbioso e uscì di casa sbattendo forte la
porta. La riaprì subito, come se avesse dimenticato qualcosa. Rimase impalato, senza staccare la mano
dalla maniglia, facendo uno sforzo per dominare la rabbia. Rosa osservava ancora la strada; in realtà,
non vedeva niente perché le lacrime le avevano offuscato l'imponente paesaggio della Vall d'Àssua che
si vedeva dalla finestra. Oriol prese il giaccone e il cappello e uscì di nuovo.
In soli otto mesi a Torena come maestro, le avevano rigirato Oriol come un calzino. Con tutto
l'entusiasmo con cui ci erano arrivati, lei da poco incinta, ancora perplessi perché a Oriol, che non
aveva fatto il servizio militare né era andato al fronte per colpa dello stomaco, avevano concesso il
posto senza essere un ex combattente, ancora stupiti perché pensavano che tutti i posti sarebbero stati
assegnati a maestri venuti da fuori della Catalogna con la tessera della Falange in bocca, o con il
pedigree di combattente contro la Repubblica attaccato ai baffi sottili; ancora meravigliati perché erano
così ingenui da non accorgersi che un posto alla scuola di Torena Dio solo sa chi lo poteva volere, o
forse neanche lui, che è nato in una stalla, d'accordo, ma che è andato a scuola a Nazareth dove almeno
maschi e femmine erano in classi separate, non erano tutti figli di contadini, c'erano anche figli di
falegname, avevano un cortile in condizioni decenti e le pareti dipinte come Dio comanda.
Guardava fuori dalla finestra ma non vedeva la piazza. Valentí Targa le aveva trasformato il
marito. Sin dal primo giorno in cui se l'era accaparrato e aveva cominciato ad adularlo. Sin dal
momento in cui li aveva guardati con aria di sfida sulla piazza, le mani sui fianchi, appena scesi dal taxi
con l'entusiasmo negli occhi e il servizio di piatti sbeccati nella cesta grande. E il ritratto che le aveva
fatto Oriol, ben impacchettato. Lei non aveva saputo prevedere il pericolo ed era ormai un trimestre
buono che tacevano giorno dopo giorno a Torena, sapendo che ogni tanto, al campo di Sebastià,
facevano scendere degli uomini in lacrime da macchine nere e poi li facevano sparire, muti, le lacrime
asciugate per sempre, sui camion per il bestiame. Valentí Targa aveva trasformato anche lei in una
persona che preferisce tacere. Fin troppo aveva taciuto. Fino ad oggi, quando Oriol, di ritorno dal
comune, dove l'aveva chiamato quel maledetto di Targa, le aveva detto, senza guardarla negli occhi,
che sarebbe stato opportuno che si iscrivesse alla Falange e lei, davanti al forno, era rimasta a bocca
aperta, senza parole, pensando che forse aveva capito male, o che stava scherzando. Invece no: era
rimasto in silenzio, senza guardarla negli occhi, come se stesse aspettando una sua reazione. Lei aveva
appoggiato il vassoio con la pasta dei cannelloni sul tavolo, se n'era andata con passo affaticato verso la
sedia a dondolo, la pancia in avanti, quasi volendo mettere distanza tra sua figlia e suo marito e aveva
chiesto che hai detto?
«Hai sentito perfettamente.»
José Oriol Fontelles Grau, caìdo por Dios y por la Patria. Adesso Tina sapeva dove l'aveva
sentito. Una settimana fa, quando era ancora felice, era salita a fotografare i cimiteri della Vall d'Assua
perché voleva dedicare una parte del libro alle case dei morti. Quello di Torena sembrava un cimitero a
cinque stelle in confronto a quelli degli altri paesi. Aveva preferito allontanarsi un po' per inquadrarlo
bene piuttosto che distorcere l'immagine con obiettivi angolari. Al centro della foto sarebbe rimasto un
monumento molto rovinato. Da una parte e dall'altra, file di tombe a terra, la maggior parte con una
croce di ferro arrugginito, qualcuna con una croce di marmo. In fondo, un po' coperta dal monumento,
un'altra fila di tombe, lungo il muro a nord, nella direzione da cui venivano il nemico e il vento gelido.
E il mausoleo della famiglia ricca a sinistra, lustro e ordinato.
Click. Un verdone che spiccava il volo era rimasto imprigionato a mezz'aria nell'istantanea, a
destra del monumento rovinato. Lei non se n'era accorta. O forse sì, come succede spesso ai fotografi,
che hanno la percezione globale di tutto quanto è entrato nell'inquadratura ma che quando rivelano il
risultato sono comunque ansiosi di trovarci qualche sorpresa.
Il foglio bianco, annegato in un mondo di atmosfera rossa, aveva fatto trasparire lentamente
forme strane, per poi trattenerle, pallide prima e via via più consistenti. Smosse il foglio nel liquido con
le pinze; le forme si erano trasformate in immagini, sempre più precise. Un'inquadratura molto bella,
era stato il suo primo pensiero. Aveva tolto con le pinze il foglio dalla vaschetta dello sviluppo e
l'aveva appeso ad asciugare accanto alle venti istantanee del rullino numero tre, cinque dicembre
duemilauno, cimitero di Torena. Sì, un'inquadratura molto bella.
Esaminando il risultato di quella sessione aveva constatato che era venuto tutto come previsto,
senza sorprese. Solo in quel momento notò il verdone che spiccava il volo, immortalato nell'ultima
fotografia, quella con il monumento rovinato. Non se ne ricordava. Accidenti. Che... non so; poesia.
Aveva osservato l'uccellino con la lente di ingrandimento. Sì, un verdone, le ali verso il basso, in pieno
sforzo di elevazione. Aveva un verme nel becco. No. Era una macchiolina dello sviluppo. No: un
disegno in rilievo della tomba sullo sfondo dell'istantanea; l'uccello ci passava solo davanti e creava
quell'illusione di prospettiva. Un disegno in rilievo della lapide. Allora aveva osservato la lapide.
Nonostante fosse a terra, e sullo sfondo dell'inquadratura, poiché aveva chiuso abbastanza l'obiettivo, lo
sfondo era bene a fuoco. Il verdone e la lapide, messa di sbieco, nitidi. Forse un pochino troppo
accademico, troppo piatto. Pensò che il verdone fosse la penna che scriveva con il becco le parole
incise sulla pietra. Il verdone aveva scritto José Oriol Fontelles Grau (1915-1944), caìdo por Dios y
por España. E ci aveva anche disegnato il giogo e le frecce fasciste. La punta di una di queste frecce
sembrava il vermetto che il verdone portava al nido.
Tina lasciò la lente d'ingrandimento sul tavolo e si stropicciò gli occhi. Sicuramente quella foto,
l'ultima del rullino, sarebbe potuta andare bene come prima foto del libro, in bianco e nero, a indicare il
tempo che passa e cose del genere.
Aveva ancora la mano inguantata sulla scatola di sigari che conteneva i quaderni di Oriol
Fontelles; per qualche istante, pensando al suo contenuto, era riuscita a dimenticare il motivo per cui
stava facendo la guardia davanti alla porta illuminata della pensione Ainet mentre la neve copriva di
nuovo il parabrezza. I fiocchi di neve le sembrarono stelle che cadevano, stanche di sostenersi
inutilmente in cielo, deluse nel pensare che la loro luce ci metteva secoli ad arrivare alla pupilla degli
occhi delle persone care. Ci sono persone care, al mondo? Beh, io voglio bene ad Arnau, ma lui non si
lascia voler bene, sempre così taciturno, sempre con le sue cose, che sembra che non voglia guardare le
stelle, come Jordi. Gli uomini di casa non vogliono guardare le stelle. Quando stava per uscire a pulire
il parabrezza, notò un movimento all'entrata della pensione. Qualcuno usciva. Jordi. Jordi. Il suo Jordi
usciva dalla pensione Ainet, a molti chilometri da casa, e guardava da una parte e dall'altra mentre si
metteva il berretto. Non si accorse neanche della Duecavalli rossa ferma sulla strada, al buio. Si girò e
allungò il braccio all'interno. Questo gesto la fece ingelosire. Molto di più del vedere che dietro il gesto
usciva una donna alta quasi quanto Jordi, coperta da una giacca a vento che impediva di riconoscerla. Il
gesto con cui Jordi accoglieva non tanto quella donna, quanto tutta la vita di quella donna. Un gesto di
accoglienza che era anche uno schiaffo per lei, che si stava raffreddando dentro la macchina solo per
constatare ciò che già temeva.
Allora reagì. Prese la macchina fotografica, si appoggiò al volante per tenerla ferma, molta
apertura, poca velocità, e scattò. Due, tre fotografie. Quattro, cinque. E adesso con il teleobiettivo: una,
due, tre, quattro, cinque, sei... Smise di scattare e pensò a se stessa, si sentì come uno squallido
paparazzo. Fino a quella sera non le si era mai gelata una lacrima sulla guancia.
2
L'Eccellentissimo Signor Don Nazario Prats, calvo, baffi ben curati, gocce di sudore sulla fronte
e sotto la maglietta, Governatore Civile e Capo Provinciale del Movimento, era nervoso. Davanti alla
signora Elisenda o sei nervoso o non sei umano. Il solo avvertire il profumo così personale che usava la
signora era diventato per lui un segnale di pericolo; gli faceva venire in mente quella voce vellutata che
gli bisbigliava ordini durante il funerale, come se ignorasse che lui era il Governatore Civile, che lo
ricattava, come se non sapesse che lui era il Capo Provinciale del Movimento e che aveva le sue
prerogative; ma lei se ne fotteva delle prerogative; era disposta a sottrargli benefici legittimi con una
freddezza degna di, di, di Stalin. Sì, esattamente. Con la faccia di circostanza, per le fotografie, osservò
come il rampollo del rimpianto camerata Santiago Vilabrù scivolava con apparente bello stile giù per la
pista fino alla zona in cui lui, i tre subdelegati, i sei sindaci e quella troia della signora vedova
assistevano, insieme a tre pullman di claque dèlia stessa Vall d'Àssua, di quella di Caregue e del
Batlliu, all'inaugurazione della pista da sci della Tuca che instaura l'innovazione, tiene a battesimo le
iniziative coraggiose e spalanca le porte a una nuova era. E tutti e tre i pullman applaudirono con
fervore professionale perché non avevano capito nulla e quindi doveva essere una cosa molto
importante. Lo straordinario sciatore Marcel Vilabrù Vilabrù era sceso da quota duemilatrecento
fingendo di inalberare una bandiera spagnola saldamente legata alla schiena e sentendo il
flapflapflapflap del drappo color fiamma e oro che offriva resistenza mentre gli sci diffondevano quello
splendido mormorio fatto di intimità e di silenzio, scivolando giù per la pista, disegnando le curve
stabilite prima con Quique e provate una trentina di volte perché tutto venisse alla perfezione e un
movimento maldestro non li facesse ruzzolare, lui, la bandiera e lo spettacolo, sulla neve vergine che
Marcel Vilabrù inaugurava ufficialmente con quell'epica discesa. Bravo, Jacinto, benissimo.
L'Eccellentissimo Signor Don Nazario Prats, con il sorriso stampato in faccia, guardava come
scendeva il ragazzo e ogni tanto, con la coda dell'occhio, controllava che la sua nemica non fosse
annoiata o seccata o qualsiasi altra cosa che le facesse venire in mente di andarlo a dire a un ministro
solo per procurargli dei fastidi. A un ministro o ai camerati della Falange. No, la signora vedova era
tutta presa dal suo caro figliolo e contemplava orgogliosa il silenzioso battito bicolore (il
flapflapflapflap non arrivava fino alle autorità) di quella discesa che le macchine da presa del notiziario
No-Do immortalavano riassumendo i colori nel bianco e nero.
«Appena tredici anni e guardate come scia» disse così, in generale, perché lo sentissero tutti e lo
sentisse lei. Nessuno rispose e improvvisamente gli cominciarono a sudare le mani, come gli succedeva
sempre quando era nero di rabbia. Neanche lei aveva risposto, lei, che avrebbe potuto fare il gesto di
mostrarsi un po' gentile. Si vede, invece, che le piace fottermi.
Il governatore sorvegliò il suo lato sinistro: anche padre August Vilabrù, quella specie di
indefinito canonico, invecchiato e silenzioso, osservava la discesa di Marcel Vilabrù. Con orgoglio.
Come se fosse il padre della creatura. Il governatore non lo sapeva, ma lui aveva tutto il diritto di
considerarsi quanto meno il padre della madre della creatura, perché quando Elisenda aveva compiuto
cinque anni aveva avvertito i suoi genitori, Anselm, Pilar, questa bambina è eccezionale. E Josep?
Josep (povero Josep, buon'anima) è normale, ma Elisenda ha un'intelligenza fuori dal comune, e
capacità di capire le cose globalmente, e... Beh, sai che ti dico? peccato che sia una bambina. Tu
sempre molto galante. Adesso non vorrei che litigaste per colpa mia, ma la vostra bambina è un
diamante, Anselm, Pilar, caspita: avete una figlia che è un diamante; sarebbe un onore per me lucidarlo
per farlo brillare. Ma Anselm Vilabrù passava le sue giornate a fare la guerra su qualsiasi fronte e Pilar,
sebbene ancora non si sapesse, passava le sue giornate a collezionare amanti, per cui non avevano
prestato molta attenzione alle indicazioni di August. A dire il vero, non gli avevano proprio dato retta:
tutti e due, fratello e cognata, avevano l'idea che la mente dei matematici non funzionava molto bene
con le persone. A maggior ragione se erano sacerdoti. Allora padre August aveva deciso di fare di testa
sua e aveva iscritto la bambina come interna dalle teresiane di Barcellona perché lui era sempre stato
molto vicino alla spiritualità del venerabile padre Enric d'Ossò, che un giorno dovranno fare santo.
Aveva parlato con la madre Venància rendendola complice di quell'educazione necessaria perché, pur
venendo da una famiglia che era un'ottima famiglia, non se ne occupano abbastanza. La madre
Venància aveva capito. Sapeva perché padre August Vilabrù l'aveva cercata; perché lei era la voce più
esigente dalle teresiane. Il suo brevissimo soggiorno presso il monastero della Ràpita ai tempi della
badessa Dorotea le aveva affinato il senso del dovere e le aveva impresso nelle vene il motto che girava
intorno all'idea che quando uno è in possesso della verità ha il dovere di fare sempre ciò che deve fare
se ritiene di doverlo fare. Dieci in aritmetica, dieci in grammatica, dieci in latino, dieci in scienze
naturali, dieci in religione, più che un diamante, padre August, questa bambina è più che un diamante.
Bravo, Jacinto, benissimo.
Quando l'eroico avventuriero arrivò in fondo alla pista, si liberò della bandiera, la prese per il
palo e la piantò nella neve con l'aria di essere arrivato al Polo Nord; la piantò là dove avevano deciso
con Quique e con un certo Matanzas, il rompiscatole ufficiale del cerimoniale della prefettura. Le
autorità e i pullman applaudirono quel gesto così maschile di infilzare cose nella neve vergine. Poi una
trentina di sciatori scesero facendo uno slalom tra loro, formando una treccia in discesa, seguendo la
scia del portabandiera, e le autorità e i pullman applaudirono di nuovo. Don Nazario Prats si girò di
quarantacinque gradi e sotto il suo naso apparve il vassoio argentato con un cuscinetto rosso su cui
poggiavano le forbici che dovevano servire per l'inaugurazione. Le prese e le brandì istintivamente,
come se volesse compiere uno sproposito. Onésimo Redondo in persona gli aveva confessato una sera
che i colpi di genio o provengono dall'improvvisazione intuitiva o non sono tali. Allora lui ebbe un
colpo di genio e, senza rifletterci sopra, passò lo strumento alla vedova Vilabrù.
Tieni, troia, magari ti potessi bucare la gola con queste forbici. Troia, troia, troia, troia.
«Chi meglio di Lei, signora Elisenda, può aiutarmi a dichiarare inaugurata la stazione di sci
della Tuca Negra.»
La signora Elisenda non si fece pregare perché sapeva quali erano i suoi diritti, e non aiutò a
tagliare ma tagliò il nastro bicolore che impediva alle autorità di fare un passo verso l'impianto della
seggiovia e verso quell'amore di casetta svizzera dove gli avevano promesso un caffè bello caldo con
qualche goccia di qualcosa dentro. Autorità e pullman applaudirono il taglio e videro la signora
Elisenda di casa Gravat che appoggiava le forbici sul cuscinetto e poi, accompagnata dall'autorità,
iniziava a muoversi verso lo chalet destinato a sede sociale della Tuca Negra. Solo le autorità
oltrepassarono la linea adesso invisibile dell'inaugurazione perché le persone venute con i pullman, che
avevano vissuto sempre in mezzo alla neve, non si erano mai messi un paio di sci; avevano fin troppo
da fare d'inverno per preparare e sistemare gli attrezzi, battere le falci, riparare gli assali e le ruote dei
carri, ingrassare le macchine, coprire le crepe, cambiare le lastre rotte del tetto se non c'era molta neve,
accudire il bestiame e guardare lontano sognando un'altra vita impossibile. Solo le autorità e Jacinto
Mas, che non chiese il permesso a nessuno ma che non si allontanava mai dalla signora, e non per
paura di qualche attentato ma perché la sua vita, la cicatrice in faccia e il suo futuro avevano senso solo
se la signora lo guardava e gli diceva con gli occhi bravo, Jacinto, benissimo.
Padre August Vilabrù benedì il locale sociale (pareti di legno verniciato, trofei inventati esposti
alle pareti, grandi finestre che si affacciavano sulle piste), allontanò gli spiriti maligni con acqua
benedetta, biascicò l'asperges me ed espresse l'augurio, con parole che nessuno capiva, che quel locale
fosse sempre un'irradiazione del bene. Benché qualche anno dopo, qui dentro, dovesse succedere il
fattaccio delle docce tra Quique e Marcel. Benché l'odio che Quique aveva accumulato si dovesse
trasformare in maledizioni e bestemmie che quelle pareti benedette avrebbero dovuto sopportare con
rassegnazione. Benché nel locale sociale della Tuca Negra si dovessero tramare una trentina di adulteri
ad ogni stagione, e se questa era climaticamente eccezionale potevano arrivare alla quarantina; benché
molti di coloro che sarebbero stati assidui clienti si dovessero rivelare persone educatissime ma
assolutamente prive di scrupolo. Come faceva a saperlo, padre August Vilabrù. Lui benedisse tutto
sommariamente e con la tranquillità che dà il non conoscere, come invece conosceva Bibiana, il futuro
delle cose e delle persone.
Le autorità che entravano nel locale benedetto potevano vedere dalle finestre, come se
partecipassero a un incantesimo, quei trenta sciatori e sciatrici sorridenti, con il sorriso perfetto, la pelle
sana, bene attrezzati, che erano venuti fuori dalla neve chiacchierando tra loro in modo
studiatissimamente spensierato, guardando con la coda dell'occhio verso la camera del No-Do dove gli
avevano vietato di guardare e aspettando il proprio turno alla seggiovia, come se quegli impianti
appena inaugurati fossero abituati al trasporto della distinta clientela che sarebbe arrivata a frotte sulla
nuova strada asfaltata di accesso elle centoventinove costruita dalla provinciale elle
milletrecentodiciassette. Tutto questo, concludeva la voce nasale del presentatore alla fine del servizio,
grazie all'iniziativa di alcuni imprenditori locali e al sostegno decisivo delle autorità provinciali che
volevano fare di quei luoghi idillici uno dei punti di attrazione per i raffinati amanti dell'incipiente sport
invernale. Il presentatore si dimenticò di dire che il particolare degli imprenditori locali era un
eufemismo perché il settanta per cento del capitale era svedese nonostante la repulsione che provavano
gli scandinavi per la dittatura. L'altro trenta per cento era tutto della signora Elisenda Vilabrù vedova
Vilabrù, unica discendente ed erede universale della fortuna tricentenaria della famiglia Vilabrù di casa
Gravat, ed erede della fortuna personale, nient'affatto disprezzabile, del defunto Santiago Vilabrù. Gli
imprenditori locali erano solo lei, perché tutti i possibili investitori avevano storto il naso dicendo che
con l'apertura della stazione sciistica de La Molina la domanda era fin troppo coperta e che la Tuca
Negra non aveva alcun futuro. Nel servizio successivo, Franco inaugurava un altro bacino artificiale, il
terzo di quel millenovecentocinquantasette, diciannovesimo anno della vittoria.
Il governatore beveva un caffè allungato col cognac e aveva acceso un sigaro puzzolente mentre
sorrideva sotto i baffi facendo finta di guardare la neve dalla finestra e in realtà ripassava con avidità
masochista e azzardata la silhouette della signora vedova riflessa sul vetro. La signora vedova Vilabrù,
che si era accorta perfettamente di quello sguardo bavoso e di come il governatore si asciugava nervoso
il sudore sulla fronte e sulle mani, non si scompose perché le strade del Signore sono varie e tortuose.
Diede istruzioni con gli occhi a Xato perché non mancasse il cognac nella tazzina del governatore né in
quella di alcun altro personaggio in uniforme falangista o militare. Un uomo magro, dall'apparenza
timida, alzò un bicchiere di vino, come se volesse brindare; era già da più di due anni che l'avvocato
Gasull, oltre ad aiutare la signora Elisenda nelle questioni legali, pensava solo a lei, ai suoi occhi, al suo
conto corrente, alle sue manovre economiche e politiche ad alto rischio, alla sua pelle e a quella sottile
indifferenza per i tremiti del suo cuore. Gasull volle sorriderle da lontano, con il bicchiere di vino in
alto, ma la signora Elisenda non notò il gesto vuoto dell'avvocato, perché stava facendo i complimenti,
da parte del governatore, a Quique, che in quel momento entrava seguito da una folata di freddo, da
Marcel e da un paio di sciatori prescelti, per la discesa del gruppo di sciatori e stasera non vado a
Barcellona, rimango a Torena, che più che un'informazione era un ordine, Quique. Vai a salutarlo con
Marcel. Il capo degli istruttori della Tuca Negra celò un sorriso di soddisfazione sul volto abbronzato
da tanta neve e andò a salutare il governatore, accompagnato da Marcel Vilabrù. L'Eccellentissimo
Signor Don Nazario Prats ignorò ostentatamente il bell'istruttore, mise le mani sulle spalle del rampollo
della famiglia Vilabrù, un ragazzo più tozzo e massiccio di quell'idiota di suo padre, e disse Marcelo,
Marcelo, se tuo padre fosse qui sarebbe così orgoglioso di te. Non te lo puoi neanche immaginare.
Povero Santiago, avrebbe dovuto vivere questo momento. E guarda che so di cosa parlo perché tra me e
tuo padre c'era un rapporto di amicizia profonda, sincera e senz'ombra di riserva mentale. Si può dire
praticamente che morì tra le mie braccia, povero Santiago. Marcel Vilabrù abbozzò un sorriso di
circostanza, mentre pensava che per lui suo padre era solo un volto freddo in un'unica foto esposta tra
le numerose fotografie della famiglia nel salotto di casa Gravat. È un peccato che papà non ci sia,
signore, rispose comunque al governatore. Bravo, Jacinto, benissimo.
3
Non aveva sentito la domanda del bambino che la tirava impaziente per la manica, perché, pur
avendo in mano il continente asiatico, il suo pensiero congelato era alla porta della pensione Ainet. Con
l'ossessione di sapere chi fosse quella donna, chi era, chi poteva essere, chi.
«Non trovo Hong Kong da nessuna parte.»
Quando era tornata a casa, aveva buttato la borsa e le chiavi in disordine e si era seduta sulla
poltrona accanto, in silenzio, gli occhi fissi davanti a sé, come il dottor Zivago, rimuginando
ossessionata e io che pensavo che la gelosia non fosse fatta per me. E io che pensavo che saremmo stati
sempre onesti. E io che pensavo che... No: è umiliante: è umiliante soprattutto che mi mortifichi così,
che mi inganni, che mi racconti delle balle, che lo faccia di nascosto.
«E che volevi, che lo facesse alla luce del giorno?» intervenne il dottor Zivago mentre iniziava
uno sbadiglio. «Allora sì che sarebbe stato umiliante.»
«Nessuno ha chiesto la tua opinione, Juri Andreevic.»
Il dottor Zivago finì di sbadigliare, si raddrizzò e, con la sua agilità felina ma senza
abbandonare l'atteggiamento nobile, saltò dalla poltrona alle ginocchia di Tina, dove si raggomitolò.
Tina gli accarezzò la testa vicino alle orecchie, dove gli piaceva tanto, e si concentrò perché aveva già
deciso che non appena Jordi fosse arrivato lo avrebbe fatto sedere e gli avrebbe chiesto delle
spiegazioni, chi è, da quanto tempo vi vedete, che ha lei che io non ho, perché mi fai questo, non mi
ami più, non sai che io ti amo ancora, perché mi tradisci, e nostro figlio, ci hai pensato, voglio
divorziare, ti voglio ammazzare, figlio di puttana che mi hai giurato fedeltà, sai che cosa vuol dire
fedeltà? Vuol dire credere in e non abbandonare l'altro e tu mi abbandoni perché non credi in me,
perché non mi dici che cosa ti succede o, se proprio ti manca il coraggio, mandami una lettera, le lettere
sono come la luce delle stelle, Jordi, lo sapevi? Mi sa che non sei degno di sapere che le lettere sono
come la luce delle stelle. Che cosa è cambiato tra noi, quando è cambiato, in quale preciso momento, di
chi è la colpa, dov'è che ho sbagliato, eh, Jordi, dov'è che ho sbagliato perché tu te ne vada di nascosto
con Maite, se è Maite, o con Bego, o Joana o chissà chi che non conosco. Chi è la donna che sta
prendendo il mio posto, Jordi? Una collega di scuola? E Jordi l'avrebbe guardata sorpreso, inorridito
perché lei sapeva tutto e questa possibilità non rientrava nei suoi calcoli maligni. Quindi si sarebbe
messo a piangere, avrebbe chiesto scusa e lei avrebbe cercato di dimenticare questo episodio amaro che
avrebbe avuto il pregio di essere solo un episodio che però avrebbe fatto fatica a dimenticare; ma
l'avrebbe dimenticato perché lei era positiva e voleva sempre guardare avanti. E la punizione? Come
l'avrebbe potuto punire?
Tina non sapeva se era meglio andare a preparare la cena oppure aspettare che tornasse Jordi,
che era a una riunione della giunta. Jordi e Maite, l'intellettuale e la direttrice, una bella coppia di
adulteri bugiardi che alla fine della riunione si sarebbero attardati per rimanere soli, nella scuola al
buio. Se Jordi tornando la trovava in cucina a preparare la cena lei non avrebbe avuto il coraggio di
sbattergli in faccia tutto quello che gli doveva dire, perché di queste cose non si parla in cucina, se ne
parla in soggiorno, tutti e due seduti e lei Jordi so tutto, mi stai dicendo un sacco di bugie, mi stai
tradendo con una donna, ti vedi con lei ogni settimana alla pensione Ainet, mi hai deluso, sono triste e
voglio piangere; eppure io sono una donna ancora piacente, tre chili di troppo, ma mi mantengo
benissimo, Jordi, non lo vedi? sei tu che cominci a mettere su pancia, ma a me piaci con la pancia o
senza, Jordi; perché sei così bastardo da tradirmi, non avevamo detto che eravamo tutti molto onesti,
Jordi? Sì, meglio in soggiorno che in cucina, e continuò ad accarezzare la testa del dottor Zivago, e
senza volere pensava adesso devono essere già soli a scuola; vanno via tutti subito... Sennò, come mai
non torna. Se è Maite, certo. Con chi mi tradisci, Jordi? La conosco? È meglio che si prepari, Maite, se
è lei.
Dopo un quarto d'ora di attesa aveva persino fame; ma non si voleva muovere perché voleva
che Jordi la trovasse là, così, ad aspettarlo, pronta a chiarire gli aspetti bui della vita. I suoi occhi si
posarono sulla scatola di sigari che aveva lasciato sul tavolino. L'aprì: i quattro quaderni di Oriol
Fontelles. Nonostante il dolore che provava, Tina aveva ancora presente le parole di Oriol, figlia mia, la
mia lettera è come la luce di una stella, che quando arriva ai tuoi occhi forse è già morta da anni. È
necessario scrivere contro la morte; è crudele scrivere e che la morte ti nasconda ogni segno di
speranza. Probabilmente capì allora, mentre aspettava l'arrivo di Jordi, che Oriol Fontelles aveva scritto
con disperazione perché la morte non avesse mai l'ultima parola.
Il dottor Zivago tese tutti i muscoli del corpo: sentiva sempre Jordi molto prima che arrivasse
sul pianerottolo. Saltò giù dalle ginocchia di Tina e andò verso la porta. Come se gli dispiacesse per
quello che stava facendo, guardò Tina di sfuggita, la coda alzata, come a dirle arriva Jordi, non ci posso
fare niente, e si sedette davanti alla porta e Tina pensava se tu ed io tenessimo l'uno all'altra tanto
quanto Juri Andreevic tiene a noi.
«Ciao Juri» disse Jordi entrando, mentre il dottor Zivago si strusciava silenziosamente sulle sue
gambe. Vide subito Tina sulla poltrona e le notò la faccia strana. «Che c'è per cena?»
«Non ho fatto niente. Com'è andata?»
«Bene» sospirò. «Che stanchezza.»
Lasciò il giubbotto sull'appendiabiti e si avvicinò alla moglie. Le fece una carezza sui capelli
come per dirle ciao, Tina, e si sedette sulla poltrona del dottor Zivago, stanco, mentre Tina sentiva lo
strano brivido della carezza di Jordi e il dottor Zivago gli si arrampicava sulle ginocchia pronto a
difenderlo.
Jordi, ho scoperto che mi tradisci; tutti i martedì, non hai nessuna riunione con un'associazione
di maestri, ma con una donna alla pensione Ainet, lo so, non serve che continui a fingere, bugiardo, chi
è questa donna? Perché sei così falso?
«Vado a preparare la cena» disse lei. «È rimasta della minestra del pranzo di oggi.»
«Perfetto» rispose Jordi mentre accarezzava il dorso morbido del dottor Zivago e chiudeva gli
occhi, rilassato. Li riaprì perché si era accorto che Tina non si era alzata e fece la sua controfferta:
«Se vuoi, faccio delle uova al tegamino.»
«Perfetto.»
Avevano sempre trovato tutto perfetto, Tina e Jordi. Lei aspettò che Jordi fosse occupato in
cucina e, ancora sulla poltrona, con lo sguardo fisso sul muro perché si vergognava a dirlo, chiese
com'è andata la riunione, eh.
«Bah. Ròdenes stava male.»
«Dovete rifarla?»
«Forse sì.»
Ipocrita figlio di buona donna, stai mentendo a tua moglie con la più schifosa delle bugie,
perché è sempre la solita balla, la storiella poco originale di tutti gli uomini che mettono le corna alla
moglie, cazzo, che schifo, e io che pensavo che a noi questo non sarebbe mai potuto succedere, perché
il nostro amore era sincero e noi eravamo leali.
«Avete mangiato qualcosa?»
«Sì, uno spuntino.»
Tina si alzò e andò verso la cucina. Si appoggiò alla porta, senza accennare alcun tipo di aiuto.
Non lo guardò neanche:
«Eravate molti?»
«Beh, abbastanza. Sei o sette.»
Che falso. Sei o sette! Due: tu e lei, lei e tu in riunione a letto, a stendere il verbale, a parlare
della riforma educativa nelle zone di alta montagna, lei a gambe aperte mentre le accarezzavi il seno
con la dolcezza con cui lo accarezzi a me. Con cui lo accarezzavi a me. Lei. Chi è? Con quale donna mi
stai tradendo, come ti è venuto in mente di farmi questo? Non eravamo leali e sinceri?
Cenarono in silenzio. Era impossibile che Jordi non interpretasse quel silenzio. Era
assolutamente impossibile perché più chiaro di così non glielo posso dire. Beh, sì. C'è un modo più
chiaro di dirlo, che è dirlo.
«Vado a dormire» dichiarò invece di dirlo.
Sei tu che sei patetica, che non osi neanche chiedergli una cosa così semplice come perché mi
tradisci, Jordi, gran figlio di puttana, e quella curiosità morbosa: con chi. Sicuramente per fare
paragoni: che ha lei che non ho io, che ho io che lei non potrà mai avere, è più giovane, più anziana, è
sicuramente più magra di me, la conosco, non l'ho mai vista. Perché sta succedendo a me tutto questo?
Perché, se ci amavamo? Perché, dio, se eravamo così sinceri...
«Vengo anch'io» disse Jordi.
Almeno fatti la doccia, maiale. Adesso è il momento di dirgli tu in questo letto non ci entri.
Ma Tina non gli aveva detto tu in questo letto non ci entri. Non gli aveva detto niente. Aveva
visto Jordi che si infilava nel letto e che dieci minuti dopo aveva già il respiro pesante, tranquillo, da
persona onesta, mentre lei con gli occhi spalancati non poteva credere che tutto questo stesse
succedendo a loro. Non si era addormentata fino alle tre e mezza passate e aveva sognato cose terribili.
Che dicevi, Sergi?
«Non trovo Hong Kong.»
Hong Kong. Sergi Rovira di casa Ros non trova Hong Kong sulla carta dell'Asia. È importante
sapere dov'è Hong Kong. Ora che gli ha spiegato la Cina è inammissibile che Sergi Rovira di casa Ros
cerchi Hong Kong in Giappone. A cosa stava pensando questo ragazzino? A cosa stava pensando Sergi
Rovira mentre lei spiegava alla classe che quel territorio era britannico fino a pochissimo tempo fa e
che adesso fa parte della Cina sotto il concetto di un paese due sistemi ed è impossibile essere felici
quando il tradimento ti rompe il sogno, e non sai che i sogni non si possono aggiustare perché si
rompono sempre per sempre.
«Perché piangi, maestra?»
Si asciugò con il fazzoletto, un po' turbata, e disse non è niente, non vi è mai successo che vi
lacrimano gli occhi perché bruciano o qualcosa del genere?
«Se tagli la cipolla. A me è successo.»
«E anche a me.»
«Anche a me.»
«Esatto, benissimo, Alba. Beh, è come se avessi tagliato molta cipolla tutta la notte.»
All'ora di ricreazione Maite la chiamò in biblioteca per farle vedere l'infinità di materiale che
avevano per l'esposizione. In un angolo, Joana catalogava i libri dell'esposizione e tutti gli oggetti
scolastici che ne facevano parte, da una gomma Ebro fino a una solitaria matita Alpino rosa. Maite
prese un libro ingiallito dalla pila del tavolo centrale.
«Questi libri che hai portato da Torena» le disse Joana senza alzare gli occhi dal suo lavoro
«sono fantastici. Millenovecentoquarantadue e millenovecentoquarantacinque.»
«Li ha portati Tina.»
Tina realizzò in quel momento che da tante ore non pensava a Oriol Fontelles e ai suoi
quaderni.
«Dovresti convincere Jordi» intervenne Maite «a dire due parole quando inaugureremo la
mostra.»
«Ma la direttrice sei tu...»
«Io non so parlare in pubblico.»
E se è lei? Se la donna che la tradisce è Maite? L'amica fedele, grande lavoratrice, ma che
quando si tratta di scopare non fa differenze? Può essere lei? Sì, può essere lei. E io dovrei pure
convincere Jordi... Guarda che è ipocrita, la gente.
La guardò negli occhi e Maite le rispose con un sorriso sincero. Possibile che fosse così fredda,
così cinica? Maite lasciò il libro sul tavolo e si tolse la polvere dalle mani.
«Allora? Lo convincerai?»
E se non era Maite? E se era una donna che lei non conosceva proprio?
«Non te lo posso assicurare, Maite.»
«Lui fa sempre quello che dici tu» tono confidenziale della direttrice.
Alle due e mezza, Tina, con gli occhi aperti, senza sapere come si faceva ad addormentarsi
accanto a un marito infedele, sleale, bugiardo, si era alzata convinta che la tristezza, che si sarebbe
trasformata in dolore, non l'avrebbe lasciata riposare mai più e se n'era andata in punta di piedi verso il
laboratorio. Per la prima volta da quando l'aveva montato nel bagno piccolo, con l'approvazione sincera
di Jordi e il silenzio di Arnau, vi si era chiusa dentro. Cominciava a sentirsi estranea in casa. Si era
messa a lavorare ch'era un fascio di nervi, con le mani tremanti e l'idea fissa che non dormire per non
dormire, tanto valeva dedicarsi a questo.
Già mentre appendeva le fotografie per farle asciugare, aveva visto che neanche con il
teleobiettivo c'era riuscita. In tutte le inquadrature si vedeva Jordi, con la fronte spaziosa, ex nobile, ex
amore, che usciva dalla pensione, che guardava avanti, che stringeva la donna alla vita o sulle spalle,
dicendole qualcosa. E la donna, nel cappuccio della sua giacca a vento, non era che un'ombra
indecifrabile, scura, senza alcun tratto, neanche uno, che le potesse dare un indizio. La donna che si
nasconde nel buio. Avrebbe dovuto usare il flash, ma così loro si sarebbero accorti di lei, della
Duecavalli e della sua umiliazione di spia fallita e Jordi si sarebbe subito diretto verso di lei dicendo
non è quello che pensi, Tina, davvero, solo che la riunione, sai, è finita prima e..., insomma, stavamo
bevendo qualcosa, la conosci? vuoi che te la presenti?
«Lui fa sempre quello che dici tu» ripetè quella gattamorta di Maite.
Quindi era questa l'impressione che aveva la gente. Perché si sbagliano tanto? Perché l'unico
che aveva sempre ragione era il dottor Zivago?
A Joana cadde un libro. Lo raccolse, ci passò sopra la mano, come per pulirlo, e guardò Tina:
«Mi hanno detto che hai fatto una fotografia della vecchia scuola di Torena.»
«Sì. Non ho ancora avuto tempo di svilupparla e la scuola non esiste già più.»
«Che impressione.»
«Sì. Tempus fugit a gambe levate.»
«Ce ne fai una copia? Per l'esposizione...»
«Sì, certo. Potremmo fare il prima e il dopo.»
E se la donna che si nascondeva nel buio della fotografia era Joana? La segretaria discreta,
seria, ma sempre pronta a farsi una scopata. Certo che poteva essere lei. Dio mio, diventerò matta
perché non me la sto prendendo dignitosamente, perché sono gelosa, perché sono furiosa e mi sento
umiliata, come uno straccio sporco, e non posso dormire, non posso evitare di pensare che cosa ho fatto
di male perché Jordi, che era nobile e leale, mi abbia tradito così. No, Joana, no: Dora o Carme. Forse
Pilar. O Agnès, che è una... Bah, non so. Carme, che sta sempre a fare battute sul sesso, come un uomo.
No, Dora, così giovane... Però forse Dora è troppo bassa. Che ne so...
«Ehi, maestra Tina, me lo dici dov'è Hong Kong o non mi stai proprio a sentire?»
«Il faut tenter de vivre» rispose. I bambini si guardarono con aria interrogativa, trattenendosi dal
ridere, improvvisamente timidi. Lei li guardò, da molto lontano. «Le vent se lève, sì» aggiunse.
«La maestra non mi sta a sentire.»
4
L'espresso di Shangai uscì maestoso dalla stazione. Con uno sforzo titanico, gli assi delle ruote
della locomotrice cominciarono a girare e a far avanzare la grossa e pesante locomotrice e i due vagoni
di lusso che trascinava.
Alla stessa ora, la signora Elisenda si toglieva la catenina con la croce, la metteva nella
scatoletta d'avorio e apriva la porta sul retro; Quique entrava furtivamente nell'ingressetto della legna,
mentre Bibiana, che conosceva tutti i sospiri della casa, si preparava una camomilla con gli occhi tristi
e pensava povera piccola.
Quique sentì un nodo alla gola nel vedere Elisenda con quel vestito lungo e nero che gli piaceva
tanto. Sentì un nodo alla gola perché ogni volta che diventava un po' romantico, lei lo bloccava con
ordini secchi e diceva non ti rincretinire, non pensare a cose strane: sei venuto a scoparmi e nient'altro.
Quindi chiavami, che per questo ti pago. Quelle parole gli facevano male perché erano appuntite. Ma la
signora pagava molto bene. Molto. Allora Elisenda si toglieva il vestito lungo, apriva le gambe e
offriva alcuni segreti al suo amante atletico e dalla faccia abbronzata, come se avesse fretta, come se
entrambi dovessero consumare, insieme, un rito molesto a cui li obbligava chissà quale ragione occulta.
In quelle notti di peccato, Quique non era mai riuscito a strapparle un sorriso. Mai. Però la faceva
gridare con così tanta passione che era convinto di essere il più abile di tutti gli amanti. Quique non
sapeva vedere la rabbia che c'era in quelle grida; si sarebbe dovuto togliere gli occhiali da sole per
vederla. Non sapeva niente di tutto quello che era successo e di come era successo. Non sapeva che la
signora Elisenda avrebbe desiderato con tutte le sue forze che la vita ricominciasse a partire dal giorno
in cui era fuggita a Burgos, accompagnata da Bibiana, che si rifiutava di farla viaggiare sola, e con una
valigia piena di vendette.
«Hai fatto?»
«No. Oggi no...»
«Ah...»
Era la prima volta che l'entusiasmo di Quique si incagliava. In genere era una macchina che
rispondeva perfettamente alle aspettative in lui riposte.
L'espresso di Shangai avanzava allegramente, attraversava campi coltivati, passava sopra un
ponte, un'opera d'arte dell'ingegneria britannica, costruito su un fiume di grande portata, ed entrava in
una galleria piena di mistero mentre faceva sentire il suo fischio trionfale, sommesso, leggero.
«Non so che succede...» disse Quique, pieno di vergogna.
Lei gli prese il membro con un'insolita sensazione di tenerezza, lo ravvivò con maestria e riuscì
a far avere al ragazzo un'eiaculazione plausibile. In segno di riconoscenza, Quique le regalò un altro
orgasmo, lei gridò di nuovo, tornò a pensare al suo amore impossibile e gridò forte, ma non di piacere,
di rabbia, e Bibiana, dalla sua stanza, con la tazza di camomilla sul grembo, si fece il segno della croce
e pensò povera figlia, così bella, così ricca e così triste, ne sente ancora la mancanza, perché lei, che si
era sbarazzata dei propri dolori per contenere quelli della sua Elisenda, capiva i turbamenti dell'anima
della signora Elisenda Vilabrù.
In coincidenza con un urlo felino della signora Elisenda, l'espresso di Shangai prese una curva a
tutta velocità. Era la curva della finestra. La macchina deragliò e cadde di lato contro degli abeti
innevati, uno dei quali volò via, leggero come uno stuzzicadenti. I due vagoni di lusso rimasero
penosamente di traverso sulle rotaie, con qualche ruota che girava ancora, ma immobili. Marcel non
fece niente per sistemare la situazione. Vedeva perfettamente che la sua locomotrice preferita era volata
via; ma si stava masturbando con le lacrime agli occhi perché non riusciva a capire che cosa fossero
quegli urli che gli ricordavano quelli di una gatta sui tetti. Se la signora Elisenda avesse saputo che i
miracoli dell'architettura facevano sì che ogni suo gemito mormorato nella stanza arrivava nitido nella
mansarda, ci avrebbe pensato un po' prima di trasformarla nel territorio del bambino, con il treno
elettrico e tutto il resto, tutto ben montato, e un grammofono elettrico tedesco, il posto per gli sci e gli
scarponi e un letto a castello, nel caso venisse un amichetto.
«Del collegio non verrà nessuno e quelli del paese non c'è bisogno che vengano a dormire.»
«Non vuoi il letto a castello?»
«Tu credi che Xavi Burés verrà mai a dormire da me, se vive qui davanti?»
Aveva fatto fare i lavori in soffitta per ricompensare Marcel della tristezza causata dall'inattesa
morte del padre.
«Mamma, io non ci voglio andare in collegio.»
«Di questo abbiamo già parlato a sufficienza.»
«È un posto di merda. Io voglio vivere qui.»
«Ti dovrai ripulire la bocca. Al collegio ti danno un'ottima educazione, come non la potrai avere
da nessun'altra parte.»
«Potrei andare alla scuola di Torena.»
«Ne-an-che-per-i-de-a. Basta. Quando sarai a casa, avrai tutta la mansarda per te.»
Quique si vestì veloce, imbarazzato per quei finali sempre bruschi. Lei lo accompagnava alla
porta sul retro e poi, di nuovo sola, si sedeva in salotto in camicia da notte, la scatoletta d'avorio in
mano, e si metteva a piangere, era umiliante. Come un ricordo ironico, lontano, aveva ben presenti i
vecchi ammonimenti di madre Venància che diceva sempre la purezza è il bene più prezioso di una
donna, signorina Elisenda Vilabrù, dieci in aritmetica, dieci in grammatica, dieci in geografia, dieci in
latino e zero in purezza, madre Venància, e tutto per colpa della disgrazia.
«In generale, figlia mia, le donne non hanno questa concupiscenza così forte.»
«Credo che potrei fare a meno del sesso, padre.»
«Adesso proprio non ti capisco, figliola.» Il confessore tacque, un po' disorientato. Un tram
veniva su per il Carrer de Llùria con uno strepito incredibile e nel confessionale rimasero entrambi in
silenzio per qualche istante.
«Non lo so. È una necessità... Voglio dimostrare che... Lasci stare.»
«No, dimmi, figliola.»
«No, niente, niente.»
«Perché non ti sposi di nuovo?»
«No. Mai più. Ho vissuto un grande amore e ho giurato che non mi sarei mai risposata.»
«E allora, perché vai con gli uomini?»
«Per rabbia.»
Un altro tram. Il confessore si passò la mano sulle guance, che a quell'ora erano già raspose.
Non sapeva cosa dire. Dopo parecchio:
«Non ti capisco, figlia mia.»
«Vorrei che le cose non fossero andate come sono andate.»
«Già...» Una lunga pausa per la riflessione: «Hai mai meditato sulla virtù cristiana della
rassegnazione?»
«Mi può assolvere, padre?»
Prima di ritirarsi nella sua stanza, completamente sveglia, passò la mano sulle fotografie esposte
sul cassettone, come se volesse fare un ripasso veloce di tanti odi e tanti amori. Spense la luce del
salotto. Attraverso le fessure della persiana arrivava un debole brandello di luna gelata.
Anche Bibiana, che da quando viveva nell'anima della signora aveva uno sguardo che
indovinava i pensieri, bevette l'ultimo sorso triste di camomilla e spense la luce.
Sai, figlio? I cimiteri dei paesini mi hanno sempre fatto pensare alle fotografie di famiglia: tutti
si conoscono e tutti stanno fermi fermi, uno accanto all'altro per sempre, ognuno con lo sguardo fisso
sul proprio sogno. E con gli odi disorientati da tanta quiete. E non credere, sai, che se fosse per me,
questa lapide non la farei mai, per quanto sia stato il tuo maestro. Non mi piace incidere sulla pietra la
memoria di un assassino. Ma a volte dobbiamo fare delle cose che non ci piacciono e questa è una:
caìdo por Dios y por España e complice del crimine che avremo sempre nella mente. È ben centrato,
eh?
«Sì.»
«Vedi? Qui ci imprimo una testa di chiodo.»
«Una in ogni angolo.»
«Bravissimo. Presto lo potrai fare tu. Il maestro non si merita tanti riguardi, ma io non sono
capace di fare male il mio lavoro. Così, eh?»
«Sì. Fammelo lucidare a me, papà.»
«Dannato maestro, che hai fatto più male del signor Valentí in persona, perché lui almeno non
finge. Cancellalo dalla memoria, Jaumet, non si merita alcun ricordo. E mi raccomando, non raccontare
a nessuno quello che ti ho detto. Amen.»
Seconda parte
Nomi per terra
Talità kum.
MARCO 5,41
Se non fosse stato per la bella giornata che rallegrava lo spirito, don Rella avrebbe mandato al
pascolo una mezza dozzina delle sue pecore che per tutto il viaggio, i due giorni di turismo a Roma e
adesso anche il giorno della festività, erano state a criticare l'organizzazione, che vuol dire criticare gli
organizzatori, che vuol dire criticare il vescovo, sempre a mezza bocca, pensando che lui non le
avrebbe sentite belare. Soprattutto quella, che Dio mi perdoni, di Cecilia Bàscones, che più invecchia e
più ha energia da vendere. Mio Dio, com'è difficile avere carità per tutte le pecore del gregge,
soprattutto per la Bàscones che per la terza volta da quando erano a Roma buttava lì en passant, davanti
alle sue fedelissime, che se tutte loro erano potute andare nella Città Santa era grazie a lei. Don Rella
doveva fare uno sforzo per non far vedere la rabbia che gli facevano, soprattutto quel gruppo di donne
che adesso gli sorridevano, orgogliose di pensare che appena tornate potevano raccontare di essere
entrate nella zona privata del Vaticano da una porta riservata agli ospiti speciali come noi. E una
guardia svizzera bellissima, bisogna riconoscerlo, che non si sa che guardia può fare là con la sua
lancia di ottone. Ma che occhi; come quelli di mio nipote. E un usciere che adesso le fa entrare mentre
quel cretino di don Rella ci conta come fossimo agnellini o come se fossimo in gita con le suore.
«Quarantanove e cinquanta» dice il pastore a voce più alta. L'usciere non accenna il minimo
sorriso di apprezzamento per il suo sforzo di parlare in italiano. Fanno i sostenuti, questi.
Il gruppo, formato da dodici ex falangisti da tempo in pensione con le loro rispettive mogli,
cinque sindaci di colori diversi e una vivace rappresentanza dei consigli parrocchiali della diocesi,
viene depositato senza spiegazioni in un largo corridoio che potrebbe quasi servire da grande sala da
ballo, con degli affreschi nella parte superiore, alternati a finestre rotonde, che formano un fregio che
corre tutt'intorno al lungo corridoio. E un quadro immenso che rappresentava San Giuseppe nel
momento in cui gli fiorisce la verga. Dall'altra parte del corridoio, un gruppo simile al loro ma che
secondo il signor Guardans parla russo o qualcosa del genere.
«Questo San Giuseppe c'ha l'itterizia.»
«Sì, è vero, ha ragione. Gli è aumentata la bilirubina in circolo. Di più, direi che l'itterizia di
questo santo è causata da eritropoiesi inefficace e, quindi, da emolisi intramidollare degli eritrociti.»
«Caspita.»
«Sì.»
«Siete sicure che sia San Giuseppe?»
«Signore, non urlate» il sacerdote, un po' stufo.
«Chieda se c'è un bagno da queste parti.»
«Ci dev'essere, sì.»
«Tu stai zitta.» Al sacerdote: «Perché non lo chiede a qualcuno?»
Il prete si gira seccato per non far vedere i nervi. Doveva essere proprio la Bàscones dei miei
peccati quella che deve fare la pipì. Il sacerdote si guarda intorno, ma trova solo un'armatura annoiata
che regge la parete più lontana dai russi.
«Non ci abbandoneranno mica qui, no?»
«Spero di no, perché venire fin qui da casa per ritrovarsi abbandonata in un corridoio pieno di
russi...»
«Ma non sono di un'altra religione?»
«Signore, per favore.»
All'inizio è leggero, però a poco a poco si impone alle proteste blande ma torrenziali delle
interessate un suono di talloni con un'aura di magia lontana, indiscutibilmente rivestita di autorità. Una
dopo l'altra, le signore brontolone si azzittiscono. Sembra che tutti vogliano ascoltare quei passi che si
avvicinano da non si sa dove perché tutto rimbomba in quell'immenso edifìcio. D'improvviso,
dall'angolo del corridoio situato dietro al gruppo sbuca un giovane che fa un gesto come a dire eccoli,
erano qui, e si rivolge al primo che trova indicandogli, con un sorriso, che lo devono tutti seguire. Don
Rella, per non perdere l'ascendente sul gruppo, avanza verso il giovane e gli dà la mano. L'altro capisce
il gesto e lo accetta. Ma il sacerdote ne approfitta e dice lavabo?
L'uomo lo guarda stranito.
«Toilette, gabinetto» prova il prete.
Adesso sì che l'ha capito il giovane, e si ferma perché si trovano proprio davanti a un gabinetto,
mezz'ora di sosta, non vi togliete lo zaino, non bevete troppa acqua, sedetevi ma non vi sdraiate,
ammirate il paesaggio. Un altro giorno li porta Rita, pensa il sacerdote.
Ora sono i russi o qualcosa del genere a seguirli, calamitati dal movimento del gruppo. Si sono
quasi uniti pericolosamente a loro e uno dei russi risponde in francese ma che dice, russi noi, quando
Guardans, il più colto del gruppo, gli chiede in inglese se sono russi. Non può dare la notizia agli altri
perché la maggior parte dei componenti di entrambi i gruppi sta svuotando la propria vescica sofferente
con un sospiro di sollievo.
5
Casa Gravat, alla fine del Carrer Major che adesso si chiamava José Antonio, era stata costruita
nel millesettecentotrentuno, come certificava l'iscrizione sull'architrave. L'aveva fatta costruire Joan
Vilabrù i Tor su una vecchia casa Gravat di proprietà della famiglia quando aveva deciso che una cosa
era il lavoro e un'altra la casa in cui vivere. Aveva lasciato il fattore, l'amministratore, i braccianti fino
all'ultimo garzone, i macchinari, gli attrezzi, il fieno, il grano, le mosche azzurre, la puzza, il letame, i
muli, i puledri e tutto il bestiame a casa Padrós, dove avevano vissuto fino a quel momento, e aveva
trasformato la nuova casa in una dimora simile a quelle che aveva visto a Barcellona quando c'era stato
per comprare a un barone ridotto in miseria la giurisdizione signorile della Malavella, che per lui aveva
significato ingrandire di parecchi appezzamenti la vastissima proprietà della famiglia ed esordire nella
difficile arte di essere qualcuno tra la piccola nobiltà. Un suo figlio, molto preso dal nuovo ruolo di
barone, aveva tentato la fortuna a Barcellona e a Minorca ma poi era tornato alla sicurezza della valle,
convinto che la famiglia sapeva fare i soldi solo come li aveva sempre fatti: comprando e vendendo
capi di bestiame, vendendo il fieno eccedente dei propri terreni, vendendo lana, comprando e
rivendendo terre, sfruttando intelligentemente i vantaggi dell'alienazione dei beni di manomorta che la
Storia le metteva davanti, tenendo sempre le orecchie aperte per poter usare prima di chiunque altro le
nuove informazioni, e affidando il governo delle terre a persone di assoluta fiducia solo quando
nessuno dei Vilabrù poteva farlo personalmente. Da allora casa Gravat era sempre cresciuta, dentro e
fuori. Dal millesettecentottanta la facciata principale sfoggiava i magnifici e famosi graffiti di una
stessa robusta figura femminile che, su tre tratti di muro separati dai balconi, rappresentava il tempo
della falciatura dell'erba, della tosatura del bestiame e della guida delle greggi negli idillici pascoli di
montagna. Se ci fosse stato ancora spazio, i trisnipoti di Joan Vilabrù avrebbero potuto aggiungerci
alcune scene, anche queste idilliche, della squadra di contrabbandieri disposta in fila e diretta, con il
suo carico di merci, al passo di Salau, perché nel XIX secolo molti soldi della famiglia Vilabrù erano
stati fatti avvalendosi del lavoro dei contrabbandieri, mettendosi in contatto con vari commercianti del
dipartimento dell'Ariège o di Andorra, ungendo i doganieri, distribuendo le merci e non facendosi mai
beccare dalle autorità. Finché era arrivata l'ora di Marcel Vilabrù (1855-1920 benefattore di Torena
R.I.P.), che al termine della folle avventura della Prima Repubblica si era messo al servizio della
restaurata monarchia, aveva deciso che i Vilabrù tornavano ad essere una famiglia rispettabile oltre che
rispettata, aveva stabilito che il suo secondo figlio, August, si sarebbe fatto prete e aveva mandato
quello piccolo, Anselm, all'Accademia militare. Quando la vita di entrambi era già ben avviata, gli era
morto il primogenito, Josep (Josep Vilabrù 1876-1905 il nostro beneamato figlio R.I.P.), aveva fatto
costruire una cappella di famiglia nel cimitero di Torena e aveva speso un patrimonio nella
sistemazione di questo spazio sacro. Voci invidiose sostengono che la conversione del signor Marcel
sarebbe stata in realtà forzata quando, con il cambio di secolo, erano apparsi dei capisquadra coraggiosi
e selvaggi, straordinari conoscitori di ogni sentiero, strada, nascondiglio, capanna, pastore e angolo, che
avevano deciso di farla finita con gli intermediari e di negoziare direttamente il proprio rischio.
Non appena oltrepassata la porta di casa Gravat si entrava in un altro mondo, un'altra atmosfera,
con odori e suoni attutiti e tre domestiche, capitanate dalla vecchia Bibiana, che toglievano senza sosta
la polvere e i cattivi odori che penetravano da mille fessure. Nell'ingresso, a destra, c'era la porta che
dava accesso al grande salotto delle visite, un ambiente immenso, con tre comode poltrone, un divano e
un amorino Chippendale, il caminetto, che d'inverno era sempre acceso, con una mensola strapiena di
soprammobili, due specchi carichi di immagini e di segreti e il ritratto a olio del nonno Marcel. Vicino
alla porta, con una cassa dello stesso tono dei mobili, l'orologio da parete che ad ogni ora ricordava agli
abitanti della casa, con un suono profondo e nobile, che il tempo se ne va senza voltarsi indietro. A
destra dell'orologio, accanto al balcone, il buffet con i cassetti pieni dei documenti che accreditavano la
presenza in quella casa di undici generazioni di Vilabrù votate a guadagnare soldi e ad accumulare
terreni. Sul buffet riposavano diciotto fotografìe, mistero di dolore, dedicate ai due personaggi per la
memoria dei quali respiravano la casa e i suoi abitanti. Il signor Anselm Vilabrù, con l'uniforme da
campagna e le stelle da capitano, insieme ai due bambini, Josep ed Elisenda, nello studio del fotografo,
Anselm Vilabrù con baffi scuri e aggressivi, Josep con lo sguardo perso nella nebbia ed Elisenda con
espressione pensierosa, come se fin da piccola volesse sviscerare il futuro del mondo. I due fratelli a età
diverse. Elisenda, adolescente e sola. Oriol passò un dito sulla cornice di questa foto: aveva già lo
stesso volto ovale, perfetto, con il naso preciso e gli occhi vivaci. Saranno sicuramente degli occhi
difficili. Nella fotografia più grande, situata in un angolo riservato, l'ex capitano Anselm Vilabrù
tornato alla vita civile con il figlio maggiore Josep, ormai un giovane altius, citius e fortius, seduti nel
giardino di casa Gravat, con un servizio da tè sul tavolo: gli occhi di entrambi scrutavano l'obiettivo,
come a cercarvi il poco futuro che rimaneva loro nel momento di fare quella fotografia. Avevano
comprato da soli quattro giorni i campi della Boscosa, il signor Anselm aveva intenzione di guadagnare
soldi a palate per compensare il castigo reale rappresentato dalla perdita dei diritti della baronia della
Malavella, ma mancava pochissimo perché il gruppo di facinorosi della FAI di Tremp, guidato dal
maestro Cid, portasse via entrambi tirandoli per le orecchie, fino al campo di Sebastià sotto al cimitero,
in pieno giorno, e questo, Bibiana, può essere solo opera di Bringué e degli altri due, come si
chiamano, come si chiamano, sono stati loro a denunciarci, Bibiana, che ne sanno a Tremp, li hanno
fatti venire loro, Bibiana, e ti giuro che gli farò ingoiare queste morti. Stai zitta, tu, che sei una
ragazzina. Non ho intenzione di stare zitta, Bibiana.
C'erano altre due fotografie di argomento militare. In quella più nitida, il capitano Anselm
Vilabrù con un berretto da ufficiale a tre stelle accanto a due marocchini con la faccia da vinti, e la
stessa espressione soddisfatta con cui il cacciatore guarda l'obiettivo appoggiando un piede sul corpo
del cervo abbattuto (se si guardava bene, i due marocchini nascondevano le mani dietro la schiena e ciò
faceva capire meglio lo sguardo del capitano Vilabrù). Josep aveva spiegato a bassa voce a Elisenda
che ai due marocchini non si vedevano le mani perché avevano i polsi legati; erano prigionieri e dopo
avergli fatto la foto papà li ha fatti fucilare. È stato lui a sparargli il colpo di grazia ma non lo dire a
nessuno e non dire a papà che te l'ho raccontato, sennò ti ammazzo. Ed Elisenda era stata sempre zitta,
e adesso Oriol lasciava la fotografia sul tavolo senza averne dissotterrato il segreto. Perché non c'è
neanche una fotografia della madre? si chiese. Non ha una madre la signora Elisenda? E neanche suo
marito si merita una foto?
L'orologio rispose indifferente che erano le sei e che fuori cominciava a diventare buio.
«In questo paese ci sono molti figli di puttana e tu lo devi sapere» gli aveva detto il signor
Valentí Targa il giorno in cui aveva firmato la sua presa di possesso del posto di maestro di Torena.
«Io sono maestro e devo preoccuparmi del mio lavoro che...»
«Tu sei maestro e sarai tutto quello che dico io.»
Seduto sulla sua sedia di sindaco, alzò la testa per guardarlo negli occhi. Oriol, in piedi, sentì
per la prima volta davanti al signor Valentí che gli cedevano le gambe. Non rispose niente e il sindaco
gli fece cenno con la testa di sedersi. Gli spiegò allora che quando la patria si trovava immersa nel
marasma rivoluzionario comunista e separatista che aveva reso necessaria la gloriosa sollevazione, qui
a Torena sono successe cose molto gravi.
«Quali cose?»
Oriol guardò la parete dietro al sindaco. A destra, Franco con un pesante cappotto militare, e a
sinistra José Antonio, con la brillantina in testa e la camicia scura; al centro, il crocifisso con
un'espressione di circostanza, come a scuola. Il signor Valentí arrotolò una sigaretta.
«Lei non ne vuole parlare: suo padre e suo fratello.»
«Chi è lei?»
Valentí Targa lo guardò stupito per qualche istante. Poi reagì e chiarì:
«La signora Elisenda Vilabrù.»
Con voce sorda, come se dovesse fare ancora uno sforzo per controllarsi, raccontò che vennero
a prenderli il venti luglio; fu un gruppo di rossi e membri della FAI di Tremp. Hai sentito parlare di
Maximo Cid? No? Un maestro, come te. Ma assassino. Così assassino che alla fine l'hanno fatto fuori i
suoi privando me della possibilità di farlo.
«Non mi aveva detto niente, la signora Elisenda.»
«La vedi spesso?»
«No. Sono andato a farle visita con Rosa. Perché?»
«No, niente.»
«Non ne parla, ma ha molte fotografie. Del fratello e del padre.»
«Non ne vuole parlare perché dice di volerci mettere una pietra sopra.»
Accese la sigaretta e fumò un momento in silenzio. Come se il fumo gli avesse portato dei
ricordi, disse li hanno legati al collo e li hanno trascinati fino al campo di Sebastià. Il signor Vilabrù ci
è arrivato morto. Ma Josep, povero ragazzo, che era ancora vivo, lo hanno cosparso di benzina. E
aggiunse anche che i complici di questo assassinio sono persone di qua.
«Ne è sicuro?»
«Tre assassini e svariate decine di persone che non hanno mosso neanche un dito. I Bringué, i
Gassia, quelli di casa Maria del Nasi...»
Adesso, in piedi davanti alla finestra di casa Gravat, Oriol osservava la luce che si affievoliva
andando incontro alla sera e fu invaso da un'inspiegabile malinconia. Ma in quel momento tornò a
splendere la luce del sole perché apparve la signorina Elisenda, più bella che mai. Sorrideva con una
certa timidezza, ma Oriol notò che per prima cosa aveva controllato, con uno sguardo veloce, se lui
aveva portato l'attrezzatura per dipingere.
«Dove mi devo mettere?» disse con una punta di impazienza.
Oriol stava per toccare il cielo con un dito. Il cielo del braccio della signora Elisenda. Com'è
possibile che questa donna così giovane sembri una dea e che io mi ritrovi con la lingua impappinata
senza neanche riuscire a dirle si sieda qui, su questa sedia, un po' così, girata verso di me, sì.
Elisenda si era messa degli orecchini di brillanti che scintillavano a ogni movimento del capo,
per quanto piccolo fosse. Oriol si sentiva accecato e cominciò a balbettare che lui, più che un pittore,
era un disegnatore.
«Il ritratto che ha fatto a Rosa è straordinario.»
«Grazie.»
Completamente stordito, Oriol, perché adesso cominciava anche a sentire il profumo di fata che
quella donna emanava, un misto di fragranza fresca e dolce e di carne pulita. Profumo di tuberosa, gli
aveva detto Rosa, senza sospettare che lui aveva già sognato due notti quell'odore.
Oriol sistemava i carboncini, la tavolozza e i pennelli cercando di non guardare davanti a sé,
nervoso perché era la prima volta che si trovava solo con lei. Era sempre andato a casa Gravat in visita
con Rosa, e in genere c'era sempre qualcun altro. Adesso no. Elisenda, magnifica, raggiante, un
ambiente pieno di tuberosa e una tela bianca. E le sue mani dalle dita nervose che aprivano i tubi dei
colori. Allora guardò la sua Elisenda. La sua cliente.
«E te lo paga?»
«Sì, dice di sì.»
«Quanto ti paga?»
«Non ho ancora deciso il prezzo. Non so quanto le posso chiedere. Ma lei ha insistito per
pagare.»
Rosa lasciò la camicia con l'ago infilzato sul cesto del cucito, si mise una mano sulla pancia,
come se controllasse i movimenti della creatura, guardò Oriol con i suoi occhi tristi e disse chiedile
cinquecento pesetas.
«Dici?»
«Sì. Se le chiedi di meno sembrerà che tu non sia importante.»
«Ma non sono importante.»
«Seicento.»
Oriol si passò una mano sulla faccia. Chiedere seicento pesetas a una donna bellissima.
«Seicento» ribadì Rosa. «E chiedigliele, che tu sei capace di non dire niente.»
«Beh, mi sembra...»
«Seicento, Oriol.»
Le doveva chiedere seicento pesetas. Adesso? Al termine della seduta? Il giorno dopo? Mai?
«Sto bene così?»
Stai bene in qualsiasi posizione.
«Guardi, se non le dispiace...»
Oriol le si avvicinò, si inebriò del profumo di tuberosa, le prese un braccio e glielo lasciò
delicatamente sul bracciolo della sedia, poi con le dita tremanti e supplicanti le prese il mento e le fece
girare un po' la faccia, in modo da rompere una posizione eccessivamente frontale. Forse si sbagliava,
ma quel corpo dava la scossa. Forse se lo stava immaginando, ma lo sguardo della signora quando lui le
aveva preso il braccio era pieno di un'ansia repressa. Non lo so. Sì. Mi sembra di sì.
«È il primo ritratto della mia vita.» Lo disse con un leggero tremito nella voce.
In realtà io vorrei fare un nudo. Tu accetteresti?
«Sa che le dico? Oggi faremo solo... Oggi farò solo la composizione. E quattro pennellate per
studiare la luce...»
Non oso chiedertelo perché è impossibile, ma in realtà io vorrei posare nuda per te, mani nobili,
sguardo sublime. Non mi toccare un'altra volta perché...
«Mio marito si è messo in testa che me lo devo fare e prima di far venire uno sconosciuto, io...»
Perché non ho mai visto tuo marito? Perché non hai neanche una sua fotografia? Perché vuole
che ti faccia un ritratto?
Oriol lasciò il braccio elettrizzato della modella, la contemplò dopo aver fatto due passi
indietro, completamente turbato, e tornò con il cuore in gola accanto al cavalletto. Iniziò a disegnare
dei tratti con il carboncino e a calmarsi.
«Sa già quanto mi costerà?»
«Beh... Io... Non c'è bisogno che...»
«Insisto. Se lei non si fa pagare io non poso.»
«Seicento» mormorò imbarazzato.
«Come?»
Adesso mi manda a quel paese e mi dà del ladro, del contrabbandiere, dell'approfittatore e
dell'usuraio.
«Cinquecento» corresse un po' smarrito.
«Ah, benissimo. Pensavo che fosse più caro, davvero.»
Cretino. Imbecille. Fesso.
Rimasero in silenzio. I minuti davano pennellate di scuro al paesaggio di fuori mentre Oriol con
il carboncino tracciava un profilo di donna sulla tela.
«Ha un libro, qui?» animato, perché ora vedeva come poteva venire il quadro. «È lo stesso:
prenda una foto. Così, in mano, come un libro. Sì.»
I brillanti degli orecchini scoppiarono in mille illusioni per il piccolo movimento che lei aveva
fatto. Ha un collo elegantissimo. Che mani da pittore, che fronte ampia. E la voce.
Oriol andò verso la signora Elisenda e le prese la fotografia. Un prete con tonaca e mantello di
buona lana, con una grossa catena che usciva dalla terza asola e un libro in mano, con una faccia
affabile che celava un sorriso sornione, seduto davanti allo stesso tavolo del giardino di altre fotografie.
Accanto a lui, in piedi, il capitano Anselm Vilabrù in abiti civili bucava l'obiettivo con uno sguardo
affilato ma con la stessa affabilità apparente del sacerdote. Come se entrambi stessero vivendo un
momento felice.
«La prenda così, come se fosse un libro e lo stesse leggendo.»
«Sono un po' imbarazzata.»
«Mi parli di quello che vuole. Mi dica chi sono le persone della fotografia.»
Mentre Oriol tornava verso il cavalletto, la signora Elisenda si mise a recitare obbediente
dicendo questi sono mio padre e zio August, suo fratello. Mio padre è quello più piccolo. Beh,
insomma, era. Poi batté il dito tre o quattro volte sulla figura del sacerdote:
«È tornato da Roma da poco. È dovuto fuggire quando... Beh, lo stesso giorno della morte di
mio padre.» Guardò la foto con occhi attenti, come se la vedesse per la prima volta: «E dire che gli
voleva così bene.»
Padre August Vilabrù lasciò il libro sul tavolo, fece un gesto brusco al fotografo perché
lasciasse il giardino e chiese al fratello di sedersi. L'affabilità sui volti dei due fratelli si sciolse a poco a
poco come la gelatina con il calore.
«Voglio informarti dei progressi di tua figlia.»
«Non me ne importa niente, te lo giuro. Elisenda è solo una ragazza. Io avrei voluto che Josep
fosse stato più intelligente.»
«Dio mio, Anselm» disse con un tono un po' affettato. «Perché hai tanto odio accumulato?»
«Non sei nessuno per rimproverarmelo.»
«Direi di sì. Ho sette anni più di te, sono sacerdote e teologo.»
«Tu sei un matematico in sottana che si interessa solo di derivate e integrali. Non sai che cosa
vuol dire passare per il campo di battaglia.»
«Vergine santissima...» Scandalizzato, con voce dolce: «Il campo di battaglia...»
«Non essere ipocrita, la Bibbia è piena di scene cruenti e di campi di battaglia.»
«Stai cambiando discorso.»
«Non cambio niente.» Anselm Vilabrù, capitano in congedo forzato da cinque mesi, si alzò
irritato e, chino sul fratello, parlò come se ogni parola fosse un proiettile mortifero: «A te nessuno
ammazzerà mai sessanta uomini a Igueriben per degli ordini dati male.»
Padre August rimase in silenzio. Suo fratello ne approfittò per dirgli che rimanga tra noi, ma
devi sapere che il mio profondo nemico non si chiama Igueriben, né esercito delle forze marocchine, né
Alhucemas e nemmeno Muhammad ibn Abd al-Karim il traditore. Il mio nemico si chiama re, si
chiama Alfonso tredicesimo, quel bastardo stupido figlio di puttana che un giorno ha messo un dito con
l'unghia ben curata sulla carta geografica della sala in cui giocava sempre alla guerra e ha detto qui,
qui, voglio l'esercito ad Alhucemas, e gli altri ma maestà, questo dovrebbe saperlo l'alto comando. E
quel figlio di un cane del re...
«Fammi il favore di frenare la lingua. Mi stai offendendo.»
«Benissimo: allora il re, quando sentì che gli dicevano ma maestà, questo dovrebbe saperlo
l'alto comando, batté di nuovo l'indice dalle parti di Alhucemas e disse ho detto qui, e gli altri si
guardavano esterrefatti, senza sapere cosa fare. Per questo il re, che mi ha pure tolto la baronia per
punizione, è il mio nemico e trovo fantastico che un soldato della tempra, il coraggio e il prestigio del
generale Primo de Rivera metta ordine in questo desolato paese in cui ci è toccato vivere. Mi sono
spiegato?»
Il capitano Anselm Vilabrù aveva imparato ad ascoltarsi all'accademia militare e con gli anni
acquisiva sempre più abilità retorica. Adesso era soddisfatto del risultato del suo discorso. Soprattutto
perché si era accorto che la veemenza patriottica aveva fatto breccia nell'animo del fratello. Volle
ribadire il concetto con aria profetica:
«Un buon militare che vuole mettere ordine in questo caos mi avrà sempre al suo fianco.»
Padre August si scrollò delle scuse dal grembo della sottana. Da tempo non si trovava così a
disagio con il fratello minore come in quel pomeriggio. Per non cadere sconfitto, decise di seguire la
tecnica della dissimilitudo e di esporla in tono intimo e disteso:
«Non mi piacciono i militari.»
«Nostro padre ha voluto che io fossi militare. E tu sacerdote.»
Padre August guardò di nuovo suo fratello negli occhi:
«Non mi piacciono quelli che umiliano il re.»
«Sai cos'è il peggio? Che tutto quello che è successo ad Annual, e che per inciso mi è costato la
carriera, si poteva evitare.»
«Non siamo fatti per capire l'alta politica.»
«Sai che cosa è ancora peggio?»
«Hai il cuore pieno d'odio. La colpa del tuo odio non è del re ma di Pilar.»
«Che a Igueriben, quando mi hanno dato l'ordine di fare avanzare la terza compagnia, io già
sapevo che più della metà degli uomini sarebbe morta. Ma siamo avanzati perché un soldato obbedisce
sempre.»
«Dio ti perdoni, Anselm.» Lo guardò con freddezza: «Scusa se mi intrometto, ma da quando
Pilar...»
«Di che anno è questa fotografia?» disse Oriol, così per dire.
«Millenovecentoventiquattro» lesse lei sulla foto, in basso. «L'anno in cui mio padre ha lasciato
l'esercito e siamo tornati qui.»
«E sua madre? Come mai non...»
«La primavera scorsa zio August è tornato da Roma. È canonico, quindi sta alla cattedrale della
Seu d'Urgell...» Sorrise: «Ma viene spesso qui. Gli piace definirsi mio tutore spirituale.»
«E lo è?»
«Sì. Certo.»
«Continui a parlare.»
«È un erudito.»
«Perché lo dice?»
«Ha pubblicato qualche libro di algebra e cose del genere, e fuori è molto rispettato.» Sorrise
imbarazzata: «Perché devo continuare a parlare?»
«Perché altrimenti si irrigidisce.»
«È da molto che ha finito gli studi da maestro?» contrattaccò lei.
«Prima della guerra, da ragazzo.»
«Sa che cosa mi è piaciuto? Che avesse tanti libri a casa. Che abbia...»
«Beh, è normale...» Oriol, modesto: «Non sono neanche tanti.»
«Quanti anni ha?»
«Ventinove.»
«Guarda un po', siamo della stessa età.»
Accidenti. Mi ha appena detto che ha ventinove anni. Io gliene davo venti. Ventinove. Dov'è
suo marito?
«E come ha iniziato a dipingere?»
Esiste il signor Santiago o è una barriera che ti sei inventata contro i mosconi?
«Ero portato e sono andato a lezione alla Llotja, durante la guerra.»
«A Barcellona?»
«Sì. Sono nato a Poble-sec. Conosce Barcellona?»
«Sì, certo. Ci ho studiato.»
«Dove?»
«Dalle teresiane della Bonanova.»
Sbirciò di sfuggita verso di lei. Teresiane. Bonanova. Un altro mondo dentro la stessa città.
Sentì la lingua che toccava il palato asciutto. Lei proseguì:
«Mi hanno formata intellettualmente e spiritualmente. Sotto la guida di zio August perché mio
padre era sempre fuori, in servizio.»
E tua madre?
«Io ho un cattivo ricordo della scuola. In un appartamento buio del Carrer Margarit...»
«Ah, io no. Proprio il contrario. E quando vado a Barcellona...»
«Avete una casa lì?»
«Sì, certo. Santiago ci passa tutta la settimana.»
E tutto il mese, e tutto l'anno.
«Ah, certo.»
«Dammi del tu.» Lo disse sapendo che cosa diceva, sentendosi scivolare lungo un pendio
sassoso interminabile come quello di Forcallets, ma gradevole come il piacere.
«Che?»
«Quando vuoi riposare, dico di portarci il tè.»
Dio mio, questo quadro mi costerà un attacco di cuore. Me la dovrò prendere più... Non so.
«Non sei andato al fronte, tu.»
«No. Lo stomaco.»
«Ti è andata bene, te lo sei risparmiato. Ti piace il lavoro a scuola?»
«Sì, ma non mi faccia parlare. Parli lei.»
«Di cosa vuoi che ti parli, Oriol?»
I brillanti scintillarono agitandosi, eppure lei non si era mossa di un centimetro. O forse erano i
suoi occhi?
6
La donna che andò ad aprire, invece di dire chi è, cosa vuole, rimase a guardarla, con la mano
sulla maniglia della porta, come se si fosse distratta da quello che stava facendo perché il pensiero che
aveva in testa era troppo denso. In volto, sotto forma di increspature sinuose, una storia complicata di
tutta una vita che si avvicinava ai settanta senza essersi arresa. Gli occhi trapanavano il debole sguardo
di Tina, che si sentì in imbarazzo e disse lei è la Ventura?
«Sì.»
«La vecchia Ventura?»
«Un'altra giornalista?»
«No, io...» Volle nascondere la macchina fotografica, ma era troppo tardi. Vide perfettamente la
mano che reggeva la porta stringere con impazienza la maniglia; ma il volto della Ventura non lasciò
trasparire nulla.
«Sono già passati tre mesi da quando ha compiuto novantacinque anni.» Ancora paziente: «Ci
avevano detto che le cerimonie e le commemorazioni erano finite.»
«Ma io vengo per un'altra cosa.»
«Che cosa?»
«La guerra.»
Prima che potesse evitarlo, quella donna aveva chiuso la porta lasciando Tina Bros in mezzo
alla strada con un'espressione da imbecille e quella sensazione frustrante del cacciatore che inciampa in
una radice e spaventa la preda. Guardò in su e in giù lungo la strada: l'accompagnava solo il fumo del
suo respiro. Ricominciavano a cadere dolcemente infiniti fiocchi bianchi di silenzio freddo, ma lei
pensò che peccato, se fossi capace di convincere la gente, e quando stava ormai per decidere se andare
su, giù, o infilarsi nel bar, la porta di casa Ventura si aprì di nuovo e la donna brusca che l'aveva
mandata a quel paese la invitò a entrare con un gesto autoritario, laconico, che non ammetteva repliche.
Si aspettava di incontrare una donna afflitta dagli anni e forse anche dal dolore, stesa a letto e
pronta a lamentarsi delle proprie disgrazie. Ma appena entrata nel piccolo tinello-cucina di casa
Ventura, si trovò davanti una donna vestita di scuro, con i capelli bianchi e radi, che l'aspettava in
piedi, appoggiata al bastone, e che aveva lo stesso sguardo penetrante di sua figlia. Tutti, a Torena,
avevano uno sguardo affilato da tanto odio, da tanto silenzio durato tanto tempo.
«Che mi vuole raccontare della guerra?»
La stanza era piccola. Conservavano ancora il caminetto e la cucina per riscaldarsi. Sotto la
finestra, il lavello, ordinato e pulito. Sulla parete in fondo, un modesto scaffale pieno di piatti sbeccati
da tante minestre. In mezzo, un tavolo coperto con una tovaglia di tela cerata ingiallita e, in un angolo,
una cucina con la bombola. Dall'altra parte della stanza, un piccolo televisore che mostrava, a basso
volume, gli incredibili voli di alcuni sciatori nordici da un trampolino impossibile e, sopra, un centrino
di pizzo con delle cartoline che Tina non riuscì a distinguere di dove fossero.
«Io non... Volevo che mi raccontasse... Ho letto le sue dichiarazioni sulla rivista Llar e...»
«E vuole sapere perché non ho messo piede nel Carrer del Mig per trentotto anni.»
«Esatto.»
Con un gesto simile a quello della figlia, le ordinò di sedersi.
«Forse la signora vuole un caffè, Célia.»
«No, io..., non si...»
«Falle un caffè.» A mo' di spiegazione: «Io non lo prendo, ma mi piace l'odore.»
Tre minuti dopo, lei e Célia di casa Ventura sorseggiavano un caffè nero e denso e la vecchia le
osservava, come se quella scena presentasse un grande interesse. Tina si era riproposta di non
precipitare le cose e aspettava che l'altra si decidesse. Ci mise molto, moltissimo; ma alla fine la
vecchia Ventura disse avevano cambiato il nome della strada e l'avevano chiamata Falangista Fontelles.
«Chi era, il falangista Fontelles?»
«Un maestro che abbiamo avuto in paese quando è finita la guerra.» Perché non ci fossero
dubbi: «Oriol Fontelles.»
«Io l'ho avuto come maestro» intervenne Célia. «Non mi ricordo quasi niente di lui perché ero
molto piccola.» E tornò a nascondersi dietro il silenzio della tazza di caffè.
«Un rinnegato traditore, che ha portato la disgrazia nella nostra famiglia. E in tutto il paese.» E
in un altro tono: «Spegni la televisione, figlia.»
«Che ne è stato della moglie del maestro?»
Célia si alzò ed eseguì l'ordine senza aprire bocca. Dietro a Tina, un saltatore finlandese che
stava per battere un nuovo record fu colto fatalmente a metà salto dall'interruzione del collegamento.
La vecchia Ventura stava pensando:
«Non lo so. Se ne è andata.»
«Lei non me la ricordo proprio» fece la figlia sedendosi di nuovo.
«In tutto questo tempo, per andare a prendere il pane abbiamo dovuto fare tutto il giro per la
Rasa.»
«Nessuno di casa ha più messo piede in quella strada.» Abbassando la voce: «In memoria di
mio fratello.»
Tina sentì un tuffo al cuore. Si dominò e decise di fare una domanda senza rischio:
«E la gente che diceva?»
«Ci sono altri che non ci hanno mai rimesso piede.» Prese la tazza della figlia, se l'avvicinò con
mano tremante come se volesse bere un sorso di caffè, ma ne aspirò solo l'aroma. Célia gliela prese
dalle mani perché non le cadesse e la rimise a posto. La vecchia Ventura non se n'era neanche accorta:
«Ramona di casa Feliçò è morta senza aver visto il cambio di nome, poveretta.»
«E gli altri?»
«I Burés, quelli di casa Majals, di casa Narcìs, di casa Batalla...» Interruppe la litania per
cercare di ricordare. Guardò la tazza di caffè e continuò: «...casa Savina, casa Birulés... E casa Gravat,
ovviamente.»
«Che hanno fatto?»
«Tutti questi, contenti. Fascisti che si rallegrarono con l'arrivo dei nazionali. E anche Cecilia
Bàscones, la tabacchina, quella bastarda che venne a cantare Cara al sol davanti a casa...»
Si fermò per riprendere fiato, come se avesse fatto una corsa, e disse tutti questi erano felici di
avere una strada che si chiamava Falangista Fontelles.
Tacque e le altre donne rispettarono il silenzio. Tina immaginò che tutti quei nomi fossero
impressi a fuoco nella memoria della vecchia Ventura.
«E gli altri?» osò dire Tina dopo un secolo.
«Stavano zitti.» Adesso guardava Tina negli occhi: «In questo paese la gente è sempre stata
molto zitta. Ci sono stati molti ipocriti.»
«Mamma...»
«Bisogna dire le cose come stanno. Mettere a una strada il nome del bastardo che ha denunciato
le mie figlie perché le aveva sentite parlare a scuola...» Guardò verso l'infinito, come se dubitasse se
continuare o no. «Certo, sarebbe stato peggio se avessero dedicato una strada a Targa.»
La figlia a Tina, delicatamente, come scusandosi:
«Sono passati sessant'anni ma ce l'abbiamo sempre fisso in mente.» Sorrise timidamente:
«Sembra assurdo, no?»
«Cos'è questa storia della denuncia?»
«Io e mia sorella eravamo terrorizzate perché correva la voce che cercavano mio padre per
ammazzarlo, parlavamo e...»
«E quel figlio di un cane del maestro, che le aveva sentite» interruppe la vecchia «andò di corsa
dal sindaco a dirgli signor sindaco, Ventura è nascosto a casa sua, l'ho sentito da due bambine di cinque
e dieci anni che non sanno neanche quello che dicono perché sono morte di paura. E dopo questo
magari doveva anche pensare che le persone decenti del paese l'avrebbero considerato un uomo e non
un mostro.» Guardò il passato, fissando lo sguardo sul muro: «Poi è successo tutto quello che è
successo.»
La vecchia riprese fiato, batté con il bastone a terra e insistette:
«Ma come ho già detto, in questo paese ci sono stati molti ipocriti.»
«Mamma, questa signora può pensare che...»
«E perché è venuta? Se l'è cercato lei.»
Madre e figlia parlavano come se Tina non fosse presente, senza alcuna riserva. Poi, per
chiudere la discussione, Célia disse in tono secco:
«Mamma, che poi sa cosa le prende...»
«Mio marito, io non l'ho più visto.» A Tina, in tono accusatorio: «Checché ne dicano gli altri.
Eravamo separati. Quando ha deciso di andare in montagna, io gli ho detto che rimanevo con le
bambine e con Joanet, perché a me non potevano fare niente. Lui preferì il movimento. Era sempre
stato...»
Tacque trascinata da un ricordo, Tina non poteva dire se dolce o sgradevole.
«...un irrequieto. Da giovane, passava pacchi attraverso il passo di Salau. E gli è sempre rimasto
quel... Dentro una casa Joan soffocava.»
Célia si riprese. Si rivolse alla vecchia, con atteggiamento materno:
«Ecco, vede? Questo argomento è meglio non toccarlo.»
«Io gli dicevo che non doveva temere brutti scherzi dai fascisti, ma lui preferì andare in
montagna.»
«Quando parla di mio padre... dopo le viene la febbre.»
«Ma aveva ragione Joan. Lo cercavano, eccome... Quel bastardo degenerato di Valentí Targa di
casa Roia...»
«Mamma...»
La vecchia Ventura alzò il tono della voce per impedire alla figlia di fermarla:
«Sono stata proprio contenta quando ho saputo che si era spaccato la testa contro un muro della
strada.»
«Parla di molti anni fa» Célia Ventura, che faceva da interprete. «Forse cinquanta.»
La vecchia Ventura rimase assorta nei suoi pensieri. Célia sorseggiò il caffè e la lasciò fare.
Sapeva che stava pensando che prima di cena, quattro uomini in divisa e un quinto che osservava da
lontano, con espressione preoccupata o schifata, si erano presentati a casa Ventura ed erano entrati
senza dire buona sera, avevano preso il più grande dei figli, Joanet, che allora aveva quattordici anni, lo
avevano sbattuto in un angolo contro la parete davanti agli occhi allibiti delle due sorelline e gli
avevano chiesto con le buone dov'è quel figlio di troia di tuo padre.
«Lasciatelo stare. Lui non sa niente.»
Glòria Carmaniu, la Ventura, era appena entrata nella stanza. Andò vicino al fuoco a lasciare la
legna che aveva portato. Mentre si puliva le mani sul grembiule, indicò il piatto fumante sulla tavola.
«Se volete favorire...» ebbe la forza di dire. Valentí Targa lasciò la presa alla gola del ragazzo e
avanzò verso la donna.
«Tu sì che lo sai, invece.»
«No. In Francia, immagino.» E guardò il gruppetto con aria di sfida e di disprezzo. «Sapete
dov'è la Francia?» Indicò il quinto uomo, quello senza uniforme, che era rimasto all'ingresso con
l'espressione di schifo stampata sul volto: «Fatevelo spiegare dal maestro.»
In tutta la loro dura vita scolastica i ragazzi Ventura non avevano mai visto una persona volare
per uno schiaffo ben assestato. La madre rimbalzò sul cassettone su cui molti anni dopo avrebbe
trovato posto il televisore degli sciatori e cadde a terra. Un filo di sangue le colava sulla guancia.
Valentí, con la mano ancora rossa, le puntò il dito contro e parlò a voce bassa, bassissima, minacciosa
da quanto era bassa:
«So che lo vedi, quindi gli puoi dire di venire a consegnarsi in comune.»
La donna cominciò a rialzarsi, accecata dalle lacrime.
«Io non lo vedo. Non so dov'è. Giuro.»
«Ventiquattro ore. Se non si presenta prima delle nove di domani sera, questo prenderà il suo
posto.»
Indicò il ragazzo e fece un cenno ai suoi uomini. Quello con i capelli scuri e ricci lo ammanettò
con le mani dietro la schiena e il ragazzo si trattenne dal dire ahia, mi fate male, perché aveva troppa
paura. Lo portarono via. Quella sera nessuno ebbe la forza di toccare cibo.
La porta di ferro arrugginito era aperta, si sentivano dei colpi venire da dentro. Tina guardò il
cielo color grigio neve; sembrava che da un momento all'altro potesse tornare a scatenarsi un soffio
gelido di morte sulle loro teste. Faceva ancora più freddo che al mattino presto, quando aveva suonato
alla porta di casa Ventura, e pensò che non si sarebbe mai abituata a quel freddo così insultante che
arrivava fino al cuore.
Un sentiero centrale di terra battuta portava fino al monumento che aveva fotografato pochi
giorni prima. Non era un monumento molto grande. Qualcuno ci aveva tolto le lettere che formavano
una scritta; a sinistra, in fondo, oltre il monumento, le file di tombe a terra e qualche erbaccia, non
molte. Il cimitero più curato del Pallars. Persino di più di quello di Tìrvia. A destra, un'altra fila di
tombe e Jaume Serrallac che dava dei colpi, con scalpello, martello ed espressione arcigna, alla lapide
di un loculo che avevano fatto troppo grande e non entrava a sinistra. Non si era neanche portato la
sega, e non aveva voglia di andarla a prendere. Imprecò contro Cesc, perché era già la seconda volta
che prendendo le misure aveva calcolato qualche centimetro di troppo e poi se la doveva vedere lui.
Mentre rileggeva l'iscrizione sulla lapide storta, vide una giovane donna così coperta che aveva solo il
naso fuori, tra la sciarpa e il cappuccio, e che si era fermata davanti al vecchio monumento ai caduti per
dio e per la patria e guardava a destra, verso il fondo, per vedere se il verdone aveva già spiccato il
volo.
Sulla lapide della tomba di Oriol Fontelles Grau (1915-1944), oltre alla scritta che parlava della
sua vita eroica, oltre al giogo e alle frecce della falange, c'era meno sporcizia che sulle altre. L'erbaccia
cresciuta indisturbata intorno ad alcune pietre rendeva evidente che il tempo era il peggior nemico della
memoria. Di Fontelles, invece, qualcuno si ricordava. Tina si accorse che i colpi cessavano e che
l'uomo della lapide trascinava i piedi fino ad avvicinarsi a lei. Si girò appena e vide che l'uomo non
portava i guanti, adesso che stava cercando una sigaretta in un pacchetto che sembrava il sopravvissuto
di una catastrofe ferroviaria.
«È parente del...?» Indicò la tomba di Oriol, nascondendo la curiosità e l'imbarazzo nel gesto di
accendersi la sigaretta.
«No.»
«Meglio.»
«Perché?»
L'uomo dagli occhi azzurri guardò da una parte e dall'altra come se cercasse aiuto. Buttò fuori il
fumo e indicò impacciato la tomba di Oriol.
«Non ha lasciato un buon ricordo da queste parti.» Accennò un inchino: «Con tutto il rispetto,
perché è stato il mio maestro.»
Si chinò e passò dolcemente sulla lapide la mano con la sigaretta, screpolata da anni di lavoro,
come se togliesse uno strato sottile di polvere da un mobile verniciato e lucido:
«Questa lapide l'ha fatta mio padre.» Indicò indietro senza girarsi: «E anche il monumento.»
«Suo padre lo doveva conoscere bene.»
«È morto.» Indicò tutt'intorno: «Le lapidi grigio-azzurre sono tutte mie.» Con un gesto
professionale molto disinvolto: «Nuove tendenze.»
«Ne deve aver fatte molte nella sua vita.»
«Mio padre diceva sempre che tutti gli abitanti della zona finiscono per passare per le nostre
mani...» Fino a questo momento non si era rimesso i guanti.
«E aveva ragione?»
«Io penso che le parole che incidiamo sulle lapidi sono la storia compressa della vita di una
persona.»
Tina pensò che quell'uomo aveva ragione: l'iscrizione di una tomba è il racconto laconico di una
vita. José Oriol Fontelles Grau, millenovecentoquindici, millenovecentoquarantaquattro. Un racconto
con un inizio e una fine, e un intreccio in mezzo: il trattino tra le due cifre, che da solo rappresenta tutta
una vita. E se c'è un epitaffio, come in questo caso, era il riassunto della sua opera: martire ed eroe
fascista, caìdo por dios y por españa. E la polvere e le erbacce dell'oblio tagliate intorno alla tomba.
«Come mai è così in ordine?»
«Beh, guardi... cose... Cose del paese.»
L'uomo dagli occhi azzurri tirò un'altra boccata profonda e allungò il braccio mentre
indietreggiava verso una lapide vicina sulla cui croce di ferro arrugginito era legato, con uno spago
mezzo marcio, un fiore di plastica giallo e blu. E con la sagoma un po' sdolcinata di una colomba in
volo.
«Joan Esplandiu Carmaniu» lesse Tina.
«I Ventures. In realtà, si chiamano i Ventures. Di casa Ventura.»
«Sì, li conosco.»
«Qui ci sono i figli, i Venturetes. Joan e Rosa. Vede? Del padre, invece, non se n'è più saputo
nulla.»
«Forse è morto in Francia.»
«Forse. Io posso solo assicurare che qui non è sepolto.»
«Rosa Esplandiu Carmaniu. Aveva il cuore limpido e grande come il Montsent» lesse Tina. E
tacque un momento perché invidiava chiunque avesse pensato quelle parole.
«La Rosa Ventureta...» fece l'uomo passandosi la mano inguantata sulla guancia ruvida.
«Di cosa è morta?»
«Di tifo.» Dopo una pausa che a Tina sembrò triste, l'uomo aggiunse: «Tifo a soli vent'anni.»
Per non pensarci: «E poi c'è Joan Ventureta.»
«E lui di che è morto?»
«Di un proiettile.»
Finora Tina non aveva fatto caso alle parole sotto il nome: vilmente assassinato dal fascismo.
Jaume Serrallac inarcò le sopracciglia con un gesto da filosofo.
«Tanta guerra e tanta rabbia, ma poi finiscono tutti qui, uno accanto all'altro. Hanno passato
quarant'anni vicini e chissà quanti altri gliene aspettano. Mio padre diceva che era come essere ritratti
nella stessa fotografia: una volta che ci sei, non ti ci puoi più cancellare.»
Tina si avvicinò alla tomba dei Ventura. Il fiore, seppure di plastica, era appassito dopo tante
intemperie. Sentì pena per la solitudine dei piccoli Ventura. L'uomo diede una lunga boccata, che
annunciava una frase importante.
«Una brutta storia. Sono passati sessantanni e la ferita non si è ancora rimarginata.»
Scosse la testa, come se gli pesassero i ricordi. D'improvviso si rianimò:
«Ma ce ne sono altre di storie: quelli di casa Feliçò avevano un morto, quelli di casa Misseret
un paio e a quelli di casa Tor uccisero i due ragazzi al fronte. Poi il povero Mauri di casa Maria del
Nasi. E ovviamente i morti di casa Gravat.»
Fece un gesto con la mano indicando il mausoleo che rimaneva un po' distante da dove si
trovavano in quel momento. Abbassò improvvisamente il tono di voce, come se temesse di essere
circondato da spie.
«C'è ancora gente che ride di tanta disgrazia» confessò. Fece un tiro profondo. «Pochi abitanti,
a Torena, ma tanti dissapori. È giornalista?»
«Sto facendo un libro sui paesi del Pallars. Le case, le strade...»
«E i cimiteri.»
«Beh... Credo di sì.»
«Nei cimiteri troverà la storia dei paesi, congelata.» Indicò le lapidi e il mausoleo in fondo.
«Quelli di casa Gravat hanno anche una tomba speciale. In quasi tutti i paesi c'è una casa ricca. In tutti i
cimiteri, un mausoleo. Si impara molto incidendo lapidi.»
Tina pensò vagamente a Shakespeare, ma non seppe concretare il suo pensiero. Si avvicinò al
mausoleo. C'era scritto famiglia Vilabrù e c'era un gruppo scultoreo firmato da Rebull: un angelo
seduto a uno scrittoio con un libro aperto annotava presumibilmente il nome delle anime giuste della
famiglia Vilabrù sul registro celestiale di ingresso.
E la macabra previsione per future lapidi. Tre spazi vuoti: tre morti previste. Fece una foto.
Accanto al mausoleo, una tomba discreta, di un certo Eccellentissimo Sig. Don Valentín Targa
Sau, Sindaco e Capo Locale del Movimento di Torena, Altron, 1902 -Torena, 1953 La Patria,
riconoscente. Una tomba pulita ma senza fiori. Avvertì la presenza dell'uomo dietro di sé. E la sua
voce, stranamente lontana:
«Il boia di Torena. Quest'uomo ha ammazzato mezzo paese.»
Tina si girò. L'uomo sostenne il suo sguardo.
«Era sindaco di qui?»
«Sì. Era di quaggiù» fece un gesto come se Altron stesse sotto la suola delle scarpe di Tina.
«Dicono che fosse l'amante di... Bah, cose...»
«La storia congelata del paese.»
Disse Tina, morendo dalla voglia che quell'uomo dallo sguardo blu le raccontasse di chi
dicevano che fosse l'amante Valentí Targa. Lo incoraggiò, quindi, con le sue stesse parole:
«La foto, come diceva suo padre.»
Ma Serrallac, invece di continuare il racconto, gettò il mozzicone a terra e lo schiacciò con cura.
Indicò il testo della lapide di quel Valentí Targa, scuotendo la testa piena di ricordi:
«Sì, e io scrivo le didascalie.»
Lo disse mentre si allontanava verso la pietra su cui stava lavorando. Tina tornò davanti alla
tomba del falangista Fontelles e scattò un paio di fotografie. Poi allargò l'inquadratura per farci entrare
la tomba dei Ventura. Click. Questa foto non era per il libro. Era per rendere omaggio a un certo Joanet
Esplandiu Carmaniu di casa Ventura, 1929-1943, vilmente assassinato dal fascismo. Di sbieco, in
fondo all'inquadratura, un po' sfocato, il mausoleo dei Vilabrù, inavvertito come un verdone.
7
Anche se Oriol aveva dovuto aspettare mezz'ora perché la signora Elisenda stava parlando con
l'amministratore delle terre con cui si era trattenuta più del previsto a sommare capi di bestiame e
superfici alberate da sfruttare, la seconda seduta fu più distesa. La signora Elisenda era già Elisenda, le
paste erano già in salotto sin dall'inizio e Oriol si dedicò a riportare il corpo perfetto, a riprodurlo, a
stamparlo sulla tela mentre lei gli diceva sì, all'inizio della guerra sono andata a San Sebastiàn. È lì che
ho conosciuto mio marito. Sì, lontani parenti. Si chiama Vilabrù come me, sì. No, a Barcellona. È
molto occupato e non può venire mai. Oh, certo che mi manca. Ma non vale, stai barando.
«Scusi?» Oriol bloccò il pennello sul seno sinistro della signora Elisenda.
«Eravamo d'accordo di darci del tu.»
«Ma...»
«È un ordine.»
Questo lo capiva perfettamente. Riprese il movimento leggero della prominenza del seno su
quel vestito semplice che le stava così bene.
«Quando comincerai a fare il viso?»
«La voglio... Ti voglio conoscere meglio. Avere più familiarità con...»
«Sì, certo.»
«Non ti irrigidire. Muovi il collo, rilassa la schiena. Parla di quello che vuoi.»
Se ti potessi dire cosa sto cominciando a sentire. Se ti potessi dire che sono confusa e che le tue
mani sono magiche.
«Non so che dire.»
Bibiana entrò con la teiera fumante. Guardò Elisenda negli occhi, questa evitò il suo sguardo, la
domestica ebbe la conferma di quello che già sospettava e poi uscì discretamente dal salotto. Oriol
avvertì una certa complicità tra le due donne, ma fece finta di essere occupato con quella piega della
manica.
«Cosa fa tuo marito?» disse quando furono di nuovo soli.
«Ti interessa molto mio marito.»
«No, macché. È per farti parlare.»
Beh, fondamentalmente si dedica alla borsa nera, in combutta con due colonnelli del capitanato
di Barcellona e altre autorità. Poi ad andare a puttane, stando a quanto mi dicono quelli che me lo
devono dire. Guadagna soldi a palate e non sopporta di dover venire qui ogni tanto perché non mi può
guardare negli occhi.
«Beeh... si dedica ai suoi affari. Commerciale. Ha un ufficio di non so bene cosa che lo tiene
tutto il giorno occupato. Ed è sempre in movimento.»
Non ne voleva parlare. Cambio. Di cosa possiamo parlare?
«A te non piacerebbe vivere a Barcellona piuttosto che qui?»
«No. Questa è casa mia. E poi mi piace interessarmi personalmente delle terre. Qui sono anche
morti mio padre e mio fratello.»
E tua madre, Elisenda? Perché non parli mai di tua madre?
Dei ritocchi sul collo, cambiando il colore. Il collo sottilissimo della signora Elisenda che
adesso è già Elisenda.
«Sono piaciuti a Rosa i cioccolatini?»
La scatola dei cioccolatini da sola era già un'opera d'arte in legno lavorato e verniciato. Dentro,
dodici cioccolatini come dodici gioielli. Rosa ne aveva preso uno color smeraldo.
«Perché le hai detto cinquecento?»
«Non ho avuto il coraggio di...»
«Se le avessi detto mille te le avrebbe pagate. Sei troppo imbranato.»
Srotolò la carta, soffocò un colpo di tosse e spezzò in due il dolcetto con i denti.
«Buonissimo» disse. «Prendi, assaggia.»
Era buono, sì. Buonissimo.
«Le sono piaciuti molto. Ti ringrazia.»
«Sono contenta.»
Parlò ancora dello zio August, di uno dei libri che aveva pubblicato su una cosa che non so che
è sulle derivate, di quanto era noto, delle lezioni che aveva tenuto a Roma durante l'esilio provocato
dalle orde comuniste e che gli avevano procurato la fama di matematico intuitivo, stando a quanto
avevano assicurato dal vescovado a padre Aureli Bagà, il parroco di Torena, perché lo zio era incapace
di parlare bene di sé. Ma non volle raccontare al maestro l'ostinata insistenza di padre August che le
diceva spesso che il posto di una moglie è accanto al proprio marito, come un'insinuazione, finché un
giorno, poco prima, lei, stufa di tanta insistenza, gli aveva risposto sai che c'è, che se vado a Barcellona
per stare accanto a Santiago, lo trovo circondato dalle sue puttanelle. Quindi non me ne parlare più.
«Scusa, figliola. Io non...»
«E poi, vivrò sempre a Torena. Sono la signora di casa Gravat, controllo la tenuta di casa
Gravat e la faccio prosperare. E voglio diventare ricca proprio davanti a molte facce di questo paese.»
Da quella conversazione, come sapeva Bibiana, Elisenda Vilabrù aveva sostituito il caffè con il
tè per distanziarsi ancor più dalla gente di Torena e aveva rinunciato per sempre a passeggiare per le
sue strade infangate.
«Parli con odio. Mi ricordi... No, lascia perdere.»
«Chi ti ricordo, zio?»
«Tuo padre.»
«L'hanno ammazzato, per questo ho tanta rabbia dentro.»
Mio Dio. Lo zio August si sentiva sopraffatto dalle ombre e dagli angoli reconditi della natura
umana. Così limpido, irrazionale e indiscutibile che era il numero e. Ma come ex tutore della ragazza,
si sentì obbligato a dire non so se è bene avere questi sentimenti.
«La guerra mi ha indurito l'anima.»
«Devi imparare a perdonare.»
Lei tacque pensando alle lezioni che lui stesso gli aveva dato sul Vero Senso della Giustizia e
del Castigo Divino; sui nemici della Chiesa Cattolica, che doveva considerare come suoi personali
nemici, e sulla sicurezza di vivere nella Verità. E, d'accordo con madre Venància, le aveva spiegato i
segreti della vita contenuti in libri quali Lo spirito di Santa Teresa del Bambino Gesù, Pagine del cielo,
La famiglia modello e Rimedi preservativi e curativi delle malattie dell'anima, tutti scritti dalla
venerabile penna di Enric d'Ossò, padre fondatore delle teresiane e autentica fonte di devozioni. Che un
giorno Roma beatificherà. E che alla lunga farà santo, figliola.
«Ogni cosa a suo tempo» rispose dopo parecchio a suo zio.
«Attenzione al braccio. No, alla spalla.»
«Mi prude qui.»
«Bene, cinque minuti di riposo.»
Durante la pausa del tè, benché non fosse necessario parlare per sciogliersi, lei gli raccontò che
non appena le era stato possibile aveva mandato l'amministratore a riprendere in mano la gestione della
tenuta e a recuperare tutto quello che era stato sottratto alla famiglia, e che da San Sebastiàn erano
tornati a Torena. Non gli parlò del viaggio che aveva dovuto fare a Burgos, dei tre giorni a Burgos,
grigi, cupi, ma necessari. Gli disse solo che da San Sebastiàn erano tornati a Barcellona sposati. Ci
abbiamo passato qualche mese, per riposarci, e poi ci siamo sistemati quassù, per finire di mettere
ordine nella tenuta, ma Santiago è rimasto solo quindici giorni a casa Gravat. Gli faceva male tutto, non
poteva sopportare la puzza di bestiame che si sentiva in tutto il paese e aveva da fare a Barcellona.
«È così tranquilla la vita, qui.»
Oriol Fontelles Grau, maestro di scuola, pittore di sua maestà la regina Elisenda, viveva a
Torena da soli tre mesi. Non aveva ancora perso quella punta di entusiasmo che provocano sempre le
nuove situazioni. Non aveva ancora passato un autunno o un inverno a Torena, e neanche un risveglio
di primavera. Poteva permettersi quindi di avere dei sogni e poteva dire è così tranquilla la vita, qui.
Lei, invece. Lei, dopo essersi assicurata che la casa fosse a posto, che i facinorosi non l'avessero
messa sottosopra, ci aveva pensato molto prima di tornare. Quando poi si era decisa, aveva fatto venire
prima Bibiana a pulire. Quando era arrivata con Santiago, Bibiana le aveva riferito di aver sentito dire
che il nuovo sindaco, che è il più grande di casa Roia di Altron, aveva riunito tutti gli abitanti di Torena
nella Plaza de España, all'angolo con la Calle del Caudillo, ed era comparso in uniforme da falangista
affiancato da altri cinque falangisti, tutti di fuori e tutti con le mani sui fianchi, e Valentí Targa, che da
allora si sarebbe chiamato don Valentín Targa, aveva detto in uno spagnolo ampolloso e fantasioso, con
un tono da arringa didattica, che era venuto a Torena a rispettare e a far rispettare la legge, a fare
pulizia, a purificarvi. E non mi fermerà nessuno nella sacra missione che Dio e il Caudillo mi hanno
affidato. Nessun colpevole rimarrà senza punizione, se non è stato ancora punito. Molti dei presenti non
capivano tutte le sue parole, ma coglievano il tono in cui venivano pronunciate. E siccome quello che
veniva dopo era particolarmente importante, aveva detto in catalano che chi ha una denuncia da fare
venga da me che lo ascolterò. E se qualche irriducibile repubblicano vuole protestare si scornerà con
me e se ne ricorderà per tutta la vita, il fesso. Lo giuro sul generalissimo. Poi, tornando allo spagnolo,
gridò improvvisamente viva Franco, arriba España. Solo gli uomini in divisa e Cecilia Bàscones,
allora giovanissima, risposero gridando al viva e all'arriba. Diaframmite o diafragmalgia. Gli altri
erano troppo occupati a guardare verso la montagna del Bonyente. Tranne quelli di casa Narcìs, che
ridevano sotto i baffi, come quelli di casa Birulés, pensando finalmente è tornato l'ordine, è finito il
caos e le persone per bene potranno di nuovo camminare per strada senza paura di essere aggrediti.
Ernia diaframmatica.
«Un po' d'ordine a Torena non farà male, Bibiana.» E questa aveva capito tutto.
«Ho intenzione di andare spesso a dipingere fuori» disse Oriol mentre tornava assorto al
cavalletto.
«Fai anche paesaggi?»
«Faccio quello che posso. Sono un dilettante.»
Iniziò a esaminare le pieghe del vestito e trovò un difetto sul gomito. A questo punto si
spaventò perché aveva sentito l'odore di tuberosa provenire da dietro, come se avesse il naso sulla nuca.
Prima di potersi girare, sentì quella voce così dolce che diceva se lo dici tu, sarai pure un dilettante; ma
sei straordinariamente bravo.
Oriol si girò. Lei stava osservando attentamente la tela.
«Ti dà fastidio se lo guardo prima che sia finito?»
«No» mentì. «È tuo.»
A una spanna uno dall'altro. La vita stava diventando impossibile.
8
Il ventuno giugno millenovecentosessantadue Marcel Vilabrù i Vilabrù scese per l'ultima volta
in vita sua i sei gradini dell'ingresso principale dell'IPAIC Sant Gabriel, l'internato (situato in posizione
ineguagliabile per l'educazione integrale - fisica, mentale e spirituale - dei vostri figli) in cui aveva
superato il corso di Ingresso, il Primo anno, il Secondo, il Terzo (con due materie del secondo), il
Quarto (con una del terzo e una del secondo), l'esame finale del Quarto, che farà il ragazzo, indirizzo di
scienze o di lettere, tu cosa vuoi fare, cosa preferisci, ti dico io cosa farai. Mi piacerebbe fare scienze.
No: lettere. Farai lettere. Ma io vorrei. Che ne sai tu di cosa vuoi. Invece sì: vorrei... non lo so, una cosa
che abbia a che vedere con le montagne, i boschi, la neve. Tieni i piedi per terra, Marcel: lettere, poi
diventi avvocato e ti potrai dedicare agli affari di famiglia, che non so se te ne ricordi, ma hanno a che
vedere con la neve. Non è lo stesso, io vorrei... Ma guarda me: io sono avvocato e direi che le cose mi
vanno molto bene. E mamma che dice. Vuole che tu diventi avvocato, perché tutte le volte che ti hanno
rimandato è stato sempre in matematica o in fisica. E perché non viene lei a dirmelo. È occupatissima;
quindi, farai lettere. Il Quinto (rimandato in latino e greco a giugno e a settembre), il Sesto (con latino e
greco del quinto), esame finale del Sesto a giugno e a settembre, primo scontro con il Preuniversitario,
secondo tentativo ed esame per l'Università. Scese i sei gradini e, invece di girarsi e cominciare a
rimpiangere i bei momenti (ti ricordi quella sera quando all'ora di cena abbiamo aperto gli armadi di, o
quelle lezioni di ginnastica sotto la nebbia fitta della pianura di Vic, insomma, quasi quasi ci siamo
persino divertiti... eh?), aspettò che l'avvocato Gasull uscisse in compagnia della signora Pol che gli
stava dicendo insomma, abbiamo terminato la formazione di un ometto che adesso si lancia verso la
vita, e quando li ebbe entrambi vicini, quando il signor Romà Gasull si stava congedando
effusivamente dalla signora Pol, Marcel Vilabrù i Vilabrù sputò ostentatamente a terra e si avviò verso
l'automobile nera dove Jacinto ammazzava il tempo contemplando una rivista danese o svedese piena
di donne pronte a prendersi un raffreddore. Marcel Vilabrù non guardò indietro verso l'edificio della
scuola in cui aveva imparato la trigonometria, dove aveva imparato a dire bugie, a masturbarsi, a
recitare in modo passabile le cinque declinazioni del latino, a tradire a proprio vantaggio per evitare di
essere punito, a dire Ô rage, ô desespoir! con accento detestabile e a sapere che sua madre era una
donna molto occupata che dava ordini a tutti gli uomini che aveva attorno, lui compreso, e che da
quando era morto il padre, invece di parlare, si limitava a impartire ordini sempre più secchi, sempre
più precisi e ad aspettarsi che tutti li eseguissero alla lettera.
I tre uomini (perché anche lui, secondo i criteri della signora Pol, era ormai un uomo) fecero il
viaggio di ritorno in silenzio, mentre Marcel pensava che ogni volta che tornava a casa si trovava in
compagnia di uomini come Jacinto o l'avvocato Gasull. Aveva visto più spesso il signor Gasull di suo
padre. Di quest'ultimo ricordava solo quello sguardo interrogativo che gli lanciava quando lo credeva
distratto e la sensazione che non gli volesse bene, l'impressione di essere un di più nella sua vita.
Questo, le poche volte che l'aveva visto.
«Perché è cosi strano papà?»
«Non è strano.»
«Mi guarda strano.»
«Sono fantasie tue, figlio.»
«Perché non è mai a casa?»
«È molto occupato.»
«Papà è molto occupato, tu sei molto occupata. Che merda.»
Fu questa la prima volta in cui Elisenda pensò che forse avrebbe dovuto cambiare qualcosa
nell'educazione di suo figlio. Forse l'IPAIC Sant Gabriel non era il posto più adatto, e quel collegio di
Basilea di cui le aveva parlato Mamen Vélez sarebbe stata una buona idea. Ma ecco che quando le cose
avevano cominciato a prendere una brutta piega, non ci aveva più pensato. Perché il sei novembre
millenovecentocinquantatré, quando Marcel aveva appena nove anni, il signor Santiago Vilabrù decise
di farsi venire un attacco di cuore bello forte e ci rimase. Ebbe il buon gusto di non morire al Nidito né
in un altro bordello, o tra le braccia di qualche moglie infedele, ma negli uffici del Sindicato Vertical.
Era una giornata fredda ed era andato a parlare con Agustìn Rojas Pernera al Sindicato Vertical in
compagnia di don Nazario Prats, governatore civile e Capo provinciale del Movimento di Lleida. Con
quest'ultimo si era dato appuntamento al terzo piano per torcere il collo a quel figlio di puttana di Rojas
Pernera che si era tenuto tutti i proventi di un'operazione a metà tra il contrabbando, la borsa nera e la
truffa a partire da una manovra fantasiosa per la distribuzione del latte in polvere americano. La
brillante operazione era stata ideata da Vilabrù e realizzata grazie ai contatti di Prats. Ma i proventi se li
era intascati tutti, tutti, quel bastardo di Pernera. Adesso erano davanti a lui e lui aveva un sorriso così
cinico, con i ritratti di Franco e di José Antonio alle spalle, come a proteggerlo. Li guardò, diede
un'occhiata veloce al vetro opaco che li separava dal corridoio e disse a mezza voce ma quali guadagni,
quale operazione, amici miei, camerati, qui non risulta niente, nessuna operazione. Né qui né da
nessun'altra parte. Che mentisse, che facesse lo stronzo, ancora ancora. Ma Vilabrù (dopo tutto quello
che aveva dovuto sopporta re nella vita, soprattutto dalla moglie) non potè tollerare un altro sorriso
malizioso e decise di morire. Plof, cadde a terra davanti alla scrivania di quello stronzo di Pernera e il
governatore Nazario Prats uscì di corsa dalla stanza senza voler controllare né sapere se si trattava di
una lipotimia, di un giramento di testa, un'indigestione, un infarto o una morte. Non voleva che nessuno
lo vedesse frequentare l'ufficio di Pernera con dei morti per terra e lasciò Vilabrù steso lì; quando il
guaio sarà passato ci rivedremo, ma se è veramente morto reclamerò a Pernera anche la parte di
Vilabrù. In un certo senso ne ho il diritto morale. Elisenda e suo figlio assistettero in prima fila al
funerale a Barcellona, lei nascondendo la propria indifferenza dietro la mantiglia e pensando fai bene a
morire, Santiago, perché hai significato così poco nella mia vita che non ti ho neanche odiato. L'unica
cosa buona che ho trovato in te in tredici anni di matrimonio è stata che ti chiamavi Vilabrù come me.
I Vilabrù del grande ramo dei Vilabrù-Comelles, che da tre generazioni si erano stabiliti a
Barcellona, i rami più conservatori della famiglia, i franchisti che prima erano stati monarchici e prima
ancora monarchici carlisti, soprattutto da parte dell'innesto Comelles, parenti degli Aranzo de Navarra,
quella famiglia di cui si diceva che erano carlisti prima che esistesse il carlismo, tutti questi si
intristirono molto per la morte di Santiago e dissero, chi più chi meno, ci ho parlato proprio ieri per
telefono e non mi era sembrato che; o se ne vanno sempre i migliori; oppure, è la vita, chi l'avrebbe mai
detto. E pensare che avevo appuntamento con lui la settimana prossima; o che morte stupida. Solo nove
anni, il bambino? Pensa, nove anni, povera creatura, a nove anni senza padre. E anche, dicono, senza il
titolo di barone. Sì. Elisenda un po' sostenuta, non vi sembra? Mah, le è appena morto il marito. No, so
io cosa voglio dire. Elisenda è di quelli che guardano attraverso le persone, perché neanche le vedono.
«Le mie condoglianze, signora Vilabrù» recitò Nazario Prats, l'autorità più importante di quelle
che alla fine si erano presentate, insieme al ministro dell'Agricoltura e ai presidenti delle province di
Barcellona e Lleida.
«Grazie, molto gentile.»
E dopo aver sorriso tristemente all'unico ministro presente, si avvicinò all'orecchio del
governatore e gli disse la parte di Santiago era di Santiago e adesso è mia. Se non vuole che la denunci.
Don Nazario, dopo essersi asciugato il sudore delle mani, si limitò a baciare la mano della
signora Vilabrù, e chi non era suo parente diceva che signora che è, perché cavolo si deve rinchiudere
tra quelle montagne selvagge.
Marcel, quindi, non aveva pianto la morte del suo distante padre né era stato iscritto a Basilea;
aveva continuato a trascinare i piedi e gli studi all'IPAIC Sant Gabriel, era tornato a casa durante le
vacanze e, da quando era stata inaugurata la Tuca Negra, a Natale non stava un attimo a casa perché
andava su e giù dietro a Quique che gli insegnava i posti migliori per lo sci fuori pista e che, senza
volerlo, gli insegnava ad amare la montagna. Com'era noiosa adesso l'estate, senza neve e senza
Quique.
9
Aveva preparato un po' di verdura. Le piaceva l'odore del cavolfiore che si diffondeva nella
casa, come quando era piccola. Le dava una sensazione di conforto, soprattutto se dalla finestra
continuava a vedere il pianto silenzioso della neve sulle strade addormentate. Piaceri compensatori.
Quando sentì il portone ebbe un tuffo al cuore, perché aveva già deciso come doveva iniziare il
discorso. Adesso, sì. Doveva farlo oggi. Gli avrebbe detto Jordi, mi hai delusa perché sei un bugiardo:
mi hai tradita e mi sento offesa. Poi sarebbe tutto dipeso da come avrebbe reagito Jordi. Com'è difficile
dire la verità. Si girò, pronta a dire Jordi, mi hai delusa perché sei un bugiardo, ma rimase con le parole
in bocca perché non era Jordi ma Arnau, che aveva buttato la sua borsa piena di segreti in mezzo alla
stanza e le dava un bacio.
«Da dove sbuchi, tu? Non eri a...»
«Vi devo dire una cosa molto importante.» Guardò dentro. «Dov'è papà?»
Come se avesse sentito il richiamo filiale, Jordi aprì la porta, fischiando qualcosa di
irriconoscibile. Si tolse la giacca a vento e si accorse della presenza di Arnau. Il dottor Zivago si mise
in guardia, stupito per la presenza di tutti e tre insieme.
«Che ci fai qui?» Con un certo risentimento: «Non dovevi essere con quella banda di
cocainomani?»
«Ho appena chiesto di entrare nella comunità benedettina di Montserrat.» Tutti e tre in piedi:
«Volevo dirvelo.»
Come le figure di un presepe, tutti e tre immobili e la neve sullo sfondo, attraverso la finestra
della stalla, lei che guarda Arnau, e Jordi a bocca aperta che guarda ora il bue ora l'asinello.
«La settimana prossima mi ammettono per cominciare il postulato.»
Tina, improvvisamente senza forze, si sedette sulla prima poltrona che trovò. La frase preparata,
Jordi, mi hai delusa perché sei un bugiardo, scomparve dalla sua testa, e per la prima volta osservò suo
figlio come quello che era, un grande sconosciuto che era cresciuto accanto a loro ma sempre molto
lontano.
«Sciocchezze» mormorò San Giuseppe, mentre lasciava la giacca a vento sul divano.
«No. Ho l'età per decidere che cosa voglio fare della mia vita.»
«Ma Arnau, tu...» Tina, disperata, si stava rendendo conto che la sua idea di dare un'educazione
perfetta al figlio era un'illusione. «Non sei neanche battezzato! Noi ti abbiamo educato come cittadino
libero!»
«Sono battezzato. Tre anni fa ho chiesto il battesimo.»
«Perché non ci hai detto niente?»
«Non vi volevo far preoccupare.» Concesse: «Forse ve lo avrei dovuto dire.»
«Aspetta, aspetta, aspetta.» Jordi cominciava a reagire dopo lo schiaffo iniziale: «Ci stai
prendendo in giro, vero?» Con la complicità del padre simpatico, di quelli che dicono di essere più un
amico che un padre per il figlio: «Candid camera? Scommessa con gli amici? Semplice stupida
provocazione? Ti sei scordato che siamo nel ventunesimo secolo? Ti sei scordato che ti abbiamo
educato nel multiculturalismo aperto, nella trasversalità e nella libertà?»
«Ma no, no, che dici! Però sono credente; ho fede e ho la vocazione monacale.» Lo disse con
calma, abbassando gli occhi, a voce bassa ma chiara.
«Ma che vocazione del cazzo» saltò su Jordi, offeso più per il tono tranquillo del figlio che per
quello che gli aveva rivelato.
«Perché non ci hai mai detto che volevi... che avevi... Perché non... Perché...»
Quando Tina cominciava con i perché a raffica sapeva che la battaglia era persa, perché
chiedersi come sarebbero andate le cose se, era un esercizio completamente inutile dal momento che le
cose erano andate senza il se e bisognava affrontarle così com'erano venute e non con il se. Perché
Jordi è infedele e mi tradisce, perché Arnau non ha un briciolo di fiducia in me, perché ho fatto le cose
così male che i due uomini di casa sono degli estranei per me, perché tutto, Dio mio in cui non credo?
«Senti, Arnau.» Ora Jordi adottava di nuovo l'atteggiamento dialogante e approfittava del
silenzio perplesso di Tina per dire ancora la sua: «Noi ti abbiamo educato in un ambiente di libertà,
siamo stati al tuo fianco in ogni momento, ti abbiamo sostenuto quando ne hai avuto bisogno, ti
abbiamo trasmesso la nostra fede nell'uomo, nel meticciato di culture e...»
«Ma che dici?»
«Ti abbiamo insegnato a non cadere nelle superstizioni, ti abbiamo spiegato che la grandezza
umana risiede nell'onestà e che fare il bene consiste nell'essere onesti con se stessi e con gli altri, ancor
più in un mondo sempre più globalizzato, e che tutto quello con cui la chiesa ci ha riempito la testa per
secoli non era nient'altro che una fregatura, un modo di mantenere il potere sulle persone. Non siamo
stati abbastanza chiari?»
«Nessuno mi ha obbligato a credere.»
«Fatti ecologista. Ma monaco no, per favore.»
«Papà...»
«Non hai avuto alcuna influenza religiosa a casa, cazzo!»
«Ma fuori sì.»
Chi ti ha corrotto? pensò Tina. Chi ti è venuto dietro e ti ha palpeggiato l'anima per farti fare la
sua santa volontà? Sentì suo marito che con voce grave, forse un po' teatrale, diceva Arnau, figlio mio,
io pensavo con orgoglio di avere educato un figlio nei valori della giustizia e della libertà, della nobiltà
e dell'onestà, e pensavo che entrambi ti avessimo dato questo esempio, allora fu sul punto di saltare,
arrabbiata, e fu sul punto di dire, stai zitto, Jordi, tu non sei nessuno per parlare di giustizia e di libertà,
né di onestà o di nobiltà, tu che stai facendo il doppio gioco e menti e sei così vigliacco da nascondermi
i tuoi sogni perché io non ne faccio più parte.
Tre estranei uno accanto all'altro, pensò lei; tre estranei che vivevano insieme da vent'anni e che
adesso riconoscevano pubblicamente che avrebbero potuto risparmiarsi la convivenza per arrivare a
questi magri risultati.
«Hai qualcosa da ridire sulla nostra educazione?» disse Tina con un filo di voce.
«Io non ho detto questo.»
«L'hai fatto capire» disse suo padre.
«No. Ma sembra che vi sia interessato soltanto che portassi sempre con me dei preservativi e
che non mi bucassi.»
Tina sentì una fitta al cuore. Io pensavo che, figlio mio. Ci dedichiamo a educare i figli degli
altri, ma nessuno ci ha insegnato a educare i nostri; e quando cominci a imparare è già tardi, perché i
figli se ne vanno e non ti danno una seconda opportunità.
Vedendo la moglie assorta, Jordi cacciò in malo modo il dottor Zivago dal divano e ci si sedette
con un sospiro pieno d'intenzione di voler far pena a suo figlio. D'improvviso batté la palma della mano
sulle ginocchia:
«È intollerabile» saltò su, provando un altro registro. «Tu monaco? Io avere un figlio monaco?»
Si alzò indignato e guardò Tina, cercando un appoggio convinto: «Non voglio che mio figlio sia uno
schiavo.»
«Non sono schiavo di niente.» Con quella voce bassa e tranquilla: «Voglio dare un senso
profondo ai miei atti.»
«E gli studi di giornalismo?»
«Non mi interessano per niente.»
«E i compagni e le compagne di appartamento?»
«Fanno la loro vita e io faccio la mia.» Deciso, con un tono che non lasciava adito ad alcuna
titubanza: «Tra una settimana entro in monastero, che vi piaccia o no.» Li guardò dritto negli occhi:
«Vi chiedo solo, se possibile, la vostra benedizione.» Scosse il capo. «Scusate: il vostro consenso.»
«Incredibile.»
«Io voglio che tu sia felice, Arnau.»
Almeno cerca di esserlo tu, visto che tutti e tre non possiamo; perché Jordi, se mi nasconde la
sua vita, non è felice, e io il giorno in cui Renom mi ha detto ho visto tuo marito a Lleida, come sta
bene, mentre per me era a una riunione alla Seu che doveva durare due giorni, e poi ha pure recitato la
parte parlandomi della riunione alla Seu, io quel giorno ho smesso per sempre di essere felice, perché la
felicità è soprattutto stare in pace con me stessa e Jordi non è più me stessa.
«Mi dispiace di non averti potuto educare in un altro modo» concluse con un sospiro. E guardò
il dottor Zivago, che le rispose con uno sbadiglio pieno di indifferenza. Allora sentì la fitta, più
dolorosa del solito. Sicuramente per l'agitazione.
«Non mi rassegno a perdere mio figlio in questo modo così vergognoso» provò ancora a dire
Jordi.
Ma non ti accorgi, Jordi, che l'avevamo già perso da tempo, pensò lei abbattuta.
«Ho il vostro consenso?»
«Sì.»
«Il mio no.»
«Mi dispiace molto, ma me ne andrò anche senza il tuo consenso, papà.»
«Lo sanno in molti?»
«Ti preoccupa cosa dirà la gente?» saltò su lei.
«Certo che mi preoccupa!» Indicò irritato Arnau: «Sai? Non voglio vergognarmi per colpa tua
davanti a...» Sconfortato: «È lo stesso, lasciamo stare: sei un uomo libero. Ho lottato per anni per
trasformare la società in una cosa più giusta e proprio mio figlio...»
Ma che hai lottato tu, coglione, pensò Tina. Le persone di cui parla Oriol Fontelles nei suoi
quaderni sì che hanno lottato, ma tu ed io...
Jordi si fregò le mani nervoso, sconfitto:
«E questi monaci del cazzo non potevano avere la delicatezza di avvertirci che...»
«Gli ho chiesto di rimanerne fuori. Sono io vostro figlio, non loro.»
«Quando hai detto che te ne vai?»
Anche se le faceva rabbia, era da un pezzo che Tina stava pensando che cosa deve portare un
figlio che entra in monastero, quanti cambi, quante camicie e mutande, ti metteranno la sottana, o come
si chiama, fin dal primo giorno, e in un edificio così scomodo ti prenderai sicuramente più di un
raffreddore, con tutte quelle correnti d'aria; magliette pesanti, poi forse ti devo mettere un libro di
nascosto, così non ti annoi, o un salamino, perché magari non ti piace quello che si mangia nel
monastero, e ti dobbiamo chiamare don, o padre, o fratello, o solo Arnau. Speriamo almeno che non ti
cambino il nome, figlio mio, che te l'abbiamo messo per tutta la vita. E quando potremo venire a
trovarti, Arnau, figlio mio.
10
Le labbra carnose al punto giusto, di un colore rosato leggermente scurito. Gli zigomi un po'
sporgenti, ma in modo molto discreto. Il contorno ovale del volto, dominato da quegli occhi così pieni
di storia che era impossibile entrarci. Per il momento li avrebbe lasciati stare. I capelli...
«Dovresti farti sempre la stessa pettinatura.»
«È vero. Non ci avevo pensato. Sto bene così?»
Non aveva mai sentito una domanda più superflua.
«Se tu stai comoda. Ma alla prossima seduta pettinati nello stesso modo.»
«Di cosa parliamo oggi?»
«Io no. Mi devo concentrare. Raccontami qualcosa. Di quando eri piccola.»
Quando ero piccola ero una bambina molto infelice perché mia madre se n'era andata di casa e
io non sapevo perché, finché mio fratello mi raccontò in segreto, e giurami che non lo dirai a nessuno
sennò t'ammazzo, che mamma era scappata con un signore. E questo che vuol dire, eh, Josep? Che non
la vedremo mai più e per questo papà è così incazzato. Che vuol dire incazzato. Non lo so bene ma se
lo dici ti ammazzo; o ti ammazza papà. Tieni, bacia la croce e giurami che non lo dirai a nessuno. Ed
Elisenda baciò la croce e disse giuro che non dirò mai più incazzato. No, l'altro segreto, quello della
mamma. Elisenda baciò di nuovo la croce e disse giuro che non dirò a nessuno che mamma è scappata
con un signore. Poi pianse cinque giorni e cinque notti perché, a quanto pareva, non avrebbe mai più
rivisto la mamma. Siccome non poteva raccontare tutto questo a un pittore quasi sconosciuto, rimase in
silenzio, lo sguardo lontano, per vedere se ricordava il volto della madre, laggiù, tanto tempo prima, tra
nuvole di ricordi, con una chioma scura e gli occhi come spilli, un'ombra di impazienza nelle mani.
Non so neanche se è morta e non lo voglio sapere. Era tutto così vago e agrodolce come il retrogusto di
dire mamma e non sentire nessuno che ti risponda che c'è, figlia.
Per mezz'ora né il pittore né la modella aprirono bocca. Si erano resi conto che si stava bene in
silenzio, uno vicino all'altra. Che non c'era bisogno di riempire i vuoti con parole di timidezza. Che era
più rilassante poter stare zitti, ognuno con le proprie cose, lei forse con il pensiero ancora alla madre
imprecisa e lui con il ricordo del giorno in cui erano arrivati, Rosa con le valige e la pancia che non si
vedeva ancora molto dentro un taxi asmatico, e lui dietro in moto, dopo un lunghissimo viaggio da
Barcellona, al buio la prima ora, sotto il sole e la calura la seconda ed estremamente stancante da
quando avevano lasciato Balaguer per cominciare a salire verso quel posto così lontano da tutto che
non ci potevano prosperare né gioie né pene.
Erano arrivati verso mezzogiorno, stanchi, sulla Plaça Major di Torena, che si chiamava già
Plaza de España, e avevano scaricato le cose dal taxi, quattro piatti, quattro libri, quattro vestiti, il
ritratto di Rosa, senza sapere dove andare perché la piazza era deserta sebbene si sentissero bruciare la
nuca per gli sguardi aguzzi che gli arrivavano da dietro le finestre.
«Quella in fondo deve essere la scuola» disse Oriol, improvvisando una punta di entusiasmo
negli occhi. Erano soli perché il taxi stava già infilando barcollante la strada che scendeva a Sort in
cerca di un bel piatto di zuppa di riso. Ammesso che da quelle parti conoscessero il riso.
«La casa del maestro deve essere lì vicino.»
«Immagino di sì.»
Avanzarono insicuri, carichi, allontanandosi dalla piazza fino alla piccola costruzione della
scuola, oltre la quale il paese cedeva il passo al paesaggio. In quel momento, in comune, Valentí Targa
sapeva già che quello era il nuovo maestro e che stava cercando la casa. Fece un tiro, buttò fuori il
fumo e si disse a un certo punto dovrà passare di qui.
La casa del maestro si rivelò infine un appartamento minuscolo, lontano dalla scuola, dall'altra
parte della piazza, con delle finestre avare che dovevano essere state pensate per mantenere bene
l'interno buio e umido, un letto, un armadio con lo specchio, un acquaio per lavare i piatti di ceramica
che Rosa portava nella cesta e due lampadine da venticinque. E triste miseria.
«Te l'avevo detto che non c'era bisogno che venissi» disse lui. «Finché io...»
«E perché avrei dovuto lasciarti solo?»
Rosa guardò quella grande dimora. Si avvicinò a suo marito e, con il gesto stanco delle donne
incinte, gli diede un bacio sulla guancia.
«L'importante è che abbiamo un lavoro.»
L'importante era che avevano un lavoro, nonostante fossero dovuti andare a finire in capo al
mondo: perché prima gli era stato detto che gli ex combattenti avevano la precedenza. Ma gli ex
combattenti vincitori non erano propensi ad andare in capo al mondo dove non possono prosperare né
gioie né pene e continuavano a battersi, adesso però per andare nelle grandi città, sbandierando tutti la
propria imperitura fedeltà al nuovo regime. Il posto di maestro di Torena era rimasto libero perché
nessuno sapeva dov'era questa Torena. Neanche loro. Sembra che l'enciclopedia in venti volumi della
parrocchia di Santa Madrona a Poble-sec sia una grande enciclopedia in cui c'è di tutto. Per questo
Oriol Fontelles e sua moglie l'avevano consultata con entusiasmo per avere qualche notizia sul paese
che gli era toccato in sorte proprio quando erano ormai convinti che un giovane maestro, che non aveva
fatto la guerra da nessuna delle due parti grazie a un'opportuna ulcera allo stomaco e che non aveva
fatto il servizio militare grazie alla stessa ulcera allo stomaco, non sarebbe mai stato maestro di nessuna
scuola. E sull'enciclopedia in venti volumi c'era scritto che Torena è un idillico paesino vicino a Sort,
nella regione del Pallars Sobirà, con trecentocinquantanove abitanti registrati all'anagrafe (più una
ventina di esiliati e trentatré morti durante la guerra a causa della guerra: due allo scoppio
dell'insurrezione fascista e gli altri durante la guerra. E poi, altri quattro abitanti che dovevano morire e
non lo sapevano, anche loro a causa della guerra, ma che non rientravano in nessuna statistica perché il
domani lo sa solo Dio). Le colture più importanti: patata (soprattutto), grano per il consumo familiare,
segale, orzo, meli nel campo di Sebastià (dove si sarebbero commessi alcuni degli assassini) e, in
qualche fazzoletto di terra soleggiato, due cavoli e qualche fila di spinaci. Data la presenza di vasti
pascoli naturali, si segnala la presenza di un elevato numero di capi di bestiame bovino e ovino. Il
paese è situato a millequattrocentootto metri sul livello del mare ad Alicante (e ci fa un freddo osceno.
Anche d'estate bisogna mettersi il maglione). Oltre a una chiesa parrocchiale dedicata a san Pietro, ha
una scuola frequentata dai quaranta bambini del paese e dei dintorni (tranne Tudonet di casa Farinós,
che è un bambino ritardato in tutti gli aspetti e a casa sua non lo vogliono far vedere).
«Un angolo di pace» riassunse Oriol chiudendo l'enciclopedia senza alcuna inflessione ironica
nella voce, perché lui, a differenza di Bibiana, non poteva indovinare il futuro. «Ti farà bene ai
polmoni.»
Pochi giorni dopo aver preso la decisione, lui si mise in testa che era meglio che Rosa rimanesse
a Barcellona, che lassù faceva molto freddo, almeno fino alla nascita del bambino, subito meglio di no.
Finché Rosa si impuntò e gli disse che lei andava ovunque lui andasse e che se doveva partorire in
montagna avrebbe partorito in montagna, come tutte le donne di Torena. E non se ne parli più. E non se
ne era parlato più.
E adesso erano in quell'angolo di pace e di freddo, lui con una pila di libri in mano, guardando il
pagliericcio che doveva fargli da materasso e guardando le pareti color caffellatte scurito da anni di
stufa a legna.
«Che bel silenzio, vero?» tossì Rosa, con il fazzoletto sul naso.
«Sì» sospirò lui. «Che bel silenzio.»
Lasciò i libri sul letto e si dedicarono a studiare il funzionamento della stufa a legna. Si sentì il
rumore di un motore. Attraverso la minuscola finestra videro una macchina nera fermarsi in mezzo alla
piazza solitaria, da cui cominciarono a scendere, accidenti, sembrano falangisti.
«Oh, madonna!»
Tre. No, quattro, cinque giovani falangisti, tutti con la scriminatura dalla stessa parte,
chiudevano le portiere facendo rumore e si dirigevano verso un lato della piazza che loro dalla finestra
non potevano vedere. Tacquero. Oriol e Rosa tacquero perché sapevano che un gruppetto deciso di
falangisti non è buono per la salute.
Oriol conobbe Valentí Targa un quarto d'ora dopo, quando si presentò in comune a firmare la
presa di possesso del posto di maestro prima che qualcuno, da qualche parte, ci ripensasse. Nella saletta
che faceva da ufficio, con le pareti di un verde vuoto, i mobili di legno tarlato e l'ammattonato rosso, fu
la prima volta che Valentí Targa e Oriol Fontelles, il boia di Torena e il suo mentore, si parlarono.
Anche il signor sindaco aveva l'uniforme da falangista, con le maniche della camicia rimboccate, e
sfoggiava dei baffi sottili sopra il labbro e uno sguardo umido e azzurro che contrastava con il nero dei
capelli. Cominciava ad avere qualche ruga sul viso, ma nell'insieme emanava l'energia necessaria per
potersi chiamare a buon ragione il boia di Torena. Un paio di quegli uomini in uniforme scesi dalla
macchina nera entrarono e uscirono dall'ufficio senza chiedere permesso e senza neanche guardare
Oriol, come fosse una formica. Parlavano in spagnolo. La colpa era dell'enciclopedia in venti volumi
della parrocchia di Santa Madrona del Poble-sec, che non aveva avvertito lui e Rosa che Torena, oltre a
tante qualità sanitarie, aveva un difetto, e cioè che c'erano alcune morti in sospeso che non potevano
più aspettare.
«Conto di vederla al caffè dopo pranzo» disse il sindaco a conclusione del brevissimo
colloquio. «Oggi e tutti gli altri giorni, che ci sia scuola o no.»
Era un ordine, ma Oriol non lo interpretò come tale perché rispose che con il gran da fare che
avevano, per pulire la casa e mettere tutto negli armadi, beh, nell'armadio, magari più avanti.
«Alle tre al caffè» fu la risposta del signor Valentí prima di voltarsi e di comportarsi come se in
ufficio non ci fosse nessun altro. Allora Oriol capì che era un ordine e disse sì, signor sindaco. Guardò i
ritratti di Franco e di José Antonio sulla parete dietro al sindaco e riuscì solo a pensare che quelle pareti
avevano bisogno di una buona mano di pittura. Ma pochi scherzi, che a casa Marés un paio di
sfaccendati assicuravano a bassa voce che il signor Valentí ha appena comprato mezzo versante della
Tuca Negra, che era di casa Cascant. E non era neanche in vendita. Già. Ma pare che dal giorno in cui
Tomàs è stato denunciato come repubblicano, quel pezzo della Tuca, magicamente, fosse in vendita,
guarda un po'. Sì. Invece a me hanno detto che non è stato lui a comprarla. E cambiarono discorso
perché entrava il sindaco che, come ogni pomeriggio, veniva a passare qui un po' di tempo fumando in
silenzio, a una tavola dove, oltre al signor Valentí Targa, sindaco e capo locale del Movimento di
Torena, sedeva uno dei suoi compagni di uniforme, un uomo dai capelli ricci e scuri, silenzioso come
lui, impazienti e silenziosi entrambi, come se stessero aspettando qualcuno. Oriol osservò che a partire
dalle tre i pochi uomini presenti nel locale rimanevano anch'essi in silenzio, fingendo di giocare
tranquillamente a carte e studiando da che parte stava il nuovo maestro.
Quella sera a casa del maestro, che ormai tutti sapevano da che parte si schierava, Oriol e Rosa,
che soffocava la tosse, fecero l'amore sul pagliericcio con molta attenzione per la pancia, ma soprattutto
senza fare rumore, per non rompere il silenzio così bello di quell'idillico angolo di mondo. Era da allora
che gli tremavano le mani, come se già sapessero tutto quello che doveva succedere. Le mani. Le tre
cose più difficili da dipingere in un ritratto sono le mani, gli occhi e, soprattutto, l'anima. Le mani di
Elisenda erano due colombe bianche in pieno volo, eleganti, sicure, ben fatte. Di lì a poco le doveva
cominciare. Gli occhi, verso la fine, quando li avrebbe potuti guardare senza conseguenze. E l'anima,
beh, questo non dipendeva da lui. O entrava nella tela per volontà propria o rimaneva fuori dal dipinto
con una smorfia di disprezzo.
«Ci fermiamo un momento, Oriol?»
«Certo.»
«Perché non dici a Rosa di venire a prendere il tè?» disse Elisenda alzandosi e stirando le
braccia per sgranchirsi con una familiarità che turbò Oriol. «Vuoi che la faccia avvisare?»
Si vuole difendere da me? Ha paura di me?
Di fronte all'indecisione di Oriol, Elisenda suonò la campanella e disse Bibiana, di' a Jacinto di
andare a prendere la signora Fontelles, se le fa piacere venire. Bravo, Jacinto, benissimo.
11
Montse Bayo? Un'imbecille.
«Sbavi quando sei davanti a lei.»
Marcel mise a tacere quell'impertinenza con un bacio impetuoso che la lasciò senza respiro.
Adesso era lui che comandava, era il suo territorio e stavano per suonare le otto di sera. Però doveva
stare al gioco, doveva seguire le regole, e per questo guardò con occhi nuovi i soprammobili sulla
mensola del caminetto quando lei gli chiese dove avevano preso tutte quelle cose.
«Non lo so. Le ho sempre viste qui.»
«E questo orologio...»
Indicava un orologio d'oro con degli angioletti scolpiti ai due lati del quadrante, che faceva
suonare molto discretamente le ore con una campana acuta e timida, come se fosse consapevole che il
venerabile suono dell'orologio a parete era quello che comandava.
«Che c'ha?»
«Mi piace. Come sai che non verrà nessuno?»
«Ma quanto rompi. Perché lo vuoi sapere?»
«Potremmo andare su.»
«Dove?»
«In camera tua.»
«Perché?» Si girò per guardarla. «Vuoi giocare con il trenino elettrico?»
«E dai...» Lisa si lasciò cadere su una poltrona e fece il broncio. Un broncio calcolato: «Come
sai che non verrà tua madre e...»
«Non verrà» tagliò corto Marcel. «Perché lo vuoi sapere?»
Lisa si alzò e si tolse la camicia. Sotto portava una maglietta di lana Stadler, di quelle che i suoi
genitori compravano a Zurigo.
«Perché se dobbiamo stare così vicino al fuoco, ho caldo.»
«Sì, pure io.» Marcel si tolse il maglione e la camicia. La sua maglietta, anche questa di lana,
era La Pastora, di Mataró.
«E se adesso arrivasse tua madre e ci vedesse così accaldati...» Rise nervosamente, molto
nervosamente.
«È a Madrid.»
«È bella.»
«Chi?»
Lisa indicò il ritratto appeso sopra al camino. Un'elegante e giovanissima Elisenda, con la stessa
eleganza di adesso, con un libro in mano, lo sguardo dritto davanti a sé, che la guardava con due occhi
pieni di vita, luminosi, che sembrava parlassero e dicessero Lisa, tesoro, tu vuoi rimorchiare mio figlio,
ma non ne sei degna.
«Bigotta com'è, non so cosa le prenderebbe se ci vedesse.»
In realtà potrebbe prendere qualcosa a te, pensò Marcel. Sembra che ti piaccia che qualcuno ci
veda, puttanella, pensò. E le baciò la mano con gesto galante. Lei allungò le gambe verso il fuoco e
fece durare il momento perché le piaceva che le baciassero la mano. Ma nessun bacio è eterno.
«Come mai sai sciare così bene?»
«È da quando avevo, boh, non so, che vengo qui appena posso.»
«Sì, però anch'io è da molto che...» Lo guardò negli occhi. «Ma tu...»
«Per me la neve è un modo di vivere. La montagna, gli alberi coperti di neve, il silenzio,
l'abbandonarsi sugli sci, il vento che taglia il naso... E la gente lontana, puntini che non parlano, non
gridano e non rompono... E un modo di intendere la vita.» Lasciò la camicia sulla poltrona. «A quota
duemilacento sono dio.»
Lisa lo guardò a bocca aperta, un po' meravigliata da quella dichiarazione di principi. Marcel
era soddisfatto del modo in cui si stava lavorando Lisa Monells. D'improvviso la ragazza cominciò a
muoversi e, prima che lui se ne accorgesse, si era tolta i pantaloni da sci. Due gambe bianche, tornite,
lisce, perfette, con una fossetta al ginocchio, la premonizione della felicità.
«Oh, che caldo, questo fuoco.»
«Vuoi un whisky?»
«No. Adesso no.»
Che voleva dire casomai dopo, se mai arriveremo a un dopo, perché di tutta la facoltà di
Giurisprudenza sei il tipo più lento che mi sia mai ritrovata davanti, checché ne dica Montse.
Lisa, giocherellando, slacciò la cinta di Marcel e poi, ridendo e scherzando, gli fece abbassare i
pantaloni con uno strattone.
«Dai...» rideva, «diventerai paonazzo con questo caldo!»
Le gambe pelose, abbronzate, forti, muscolose, da atleta, di Marcel Vilabrù. Esattamente come
le aveva detto Montse Bayo.
Unirono una gamba contro l'altra e lei gli fece notare la differenza di colore della pelle,
accidenti, sembri negro, Marcel. Lui le accarezzò la coscia vellutata, mentre Lisa pensava cazzo, era
ora, Marcel Vilabrù, per dio. Parlò per incoraggiarlo, gli chiese se hai amici qui in paese, e lui fece una
smorfia come a dire io, qui, sei matta.
«Beh, siccome dici sempre che vieni ogni fine settimana...»
«La gente di qui puzza di mucca.»
«Senti chi parla.» Lisa aveva preso le difese della gente di Torena. Come se lo stesse
accusando: «Tu sei di qui.»
«Io sono nato a Barcellona.» Le prese il ginocchio sinistro per la fossetta. Che bella cosa.
«Vengo qui solo a sciare e a trovare mia madre» si giustificò. «E a perdermi per le montagne.»
Non era del tutto esatta l'affermazione di Marcel Vilabrù. Era vero che non andava d'accordo
con la gente del paese, tranne che con Xavi Burés, che studiava agronomia alla Scuola Industriale a
Barcellona. Era vero che appena poteva tornava a Torena e se ne andava alla Tuca Negra. E là correva
ore e ore da solo, consumando le energie in eccesso, o con Quique, se non aveva lezione. Anche con
Quique andava d'accordo. Talmente d'accordo che due anni prima, quando era entrato all'università,
avevano festeggiato insieme con una discesa libera e clandestina dal Montorroio, buttandosi giù per
discese sconosciute, pensando cazzo, possiamo fare un volo da lasciarci le palle, e volendo lui essere
più spericolato di Quique, che sembrava lo stesse mettendo alla prova. Poi, quando già si era fatto buio,
erano entrati al circolo ancora ansimanti per l'avventura, infreddoliti ma sudati. Si erano infilati sotto la
doccia calda e ci erano stati tanto che Quique aveva cominciato a scherzare sul tuo coso che è piccolo
come un cecio, e così via; ma giocando giocando sotto l'acqua, i cosi non erano più come ceci e Quique
gli aveva fatto il primo pompino dei trecentoventi due che Marcel doveva ricevere nella sua vita. E fu
tutto così strano che Marcel stette due lunghissimi fine settimana senza andare a Torena, pensando
adesso stai a vedere che sono frocio, perché mi è pure piaciuto, e mettendosi a piangere perché non
voleva essere frocio. Fu allora che si impose di rimorchiare tutte le donne che aveva a portata di mano,
per dimostrare a se stesso che altro che frocio. Così era nata la sua fama tra le ragazze della facoltà. La
cosa più strana è che in realtà mi è anche piaciuto farglielo, Quique ansimava quando io. Insomma.
Non ne avevano più parlato, ma da allora Marcel aveva evitato di farsi la doccia nello spogliatoio degli
istruttori, non si sa mai.
Continuò ad accarezzare il ginocchio destro di Lisa Monells e per scacciare l'immagine di
Quique ansimante sotto la doccia con uno scatto le tolse la Stadler sfilandogliela dalla testa, con il
diligente aiuto di lei, lei gli tolse la maglietta e lui provò ad aprirle nervosamente il gancetto del
reggiseno, molto agitato. Lisa Monells pensò guardalo, il grande sciatore, lo studente più desiderato del
terzo anno malgrado dovesse ancora dare Civile di primo e Penale di secondo, malgrado fosse così
distante dai politicizzati che cominciavano a organizzare il sindacato degli studenti e li guardasse con
una certa ironia come a dirgli ma che fate, non ne vale la pena, e ancora no, io non voglio cacciarmi in
questi casini perché lo sci e la politica non vanno d'accordo; lo studente di successo perché era
generoso e ti poteva offrire un caffellatte o un whisky senza pensarci su, che dicevano fosse pieno di
soldi e molto esperto nell'amore, piacente, con delle mani bellissime e due occhi che innamorano, e con
queste bellissime mani il bel fusto non sa slacciare un gancetto, ci staremo tutta la notte. Lisa dovette
fermargli la mano e con un solo gesto secco e preciso slacciò il gancetto, si tolse il reggiseno e scoprì i
due gioielli che già da un po' aveva voglia di mostrare a Marcel Vilabrù, per vedere se i suoi occhi
cambiavano espressione, o perché sì, perché essere contemplata da quegli occhi le faceva sentire delle
fìtte molto speciali. E poi, le mancava poco per vincere la scommessa che aveva fatto con Montse
Bayo. In quel momento suonò il telefono.
«Sì, mamma.»
Marcel maledisse che a casa Gravat ci fosse solo un telefono, come nel neolitico. Lui in
mutande, il sesso eccitato, e Lisa protetta solo da un paio di mutandine con i merletti che lo ascoltava
mentre diceva sì, mamma, sì, mamma, certo che sono solo, stavo per andare a letto, ti ho detto che
domani voglio fare tutta la Tuca Negra! Sì, con Pere Sans e Quique, sì. Lisa si alzò e cominciò a fare
un numero abbassandosi a poco a poco le mutandine e trattenendosi dal ridere, e lui, con una voglia
matta di guardarla ma voltato verso la parete perché non voleva rovinare tutto, diceva che sarebbe
tornato lunedì, di' a Jacinto per favore di venire lunedì mattina, sì, perché lunedì non c'è lezione, c'è uno
sciopero, sì. Certo che sarebbe stato prudente, non vedi che la Tuca Negra la conosco come le mie
tasche? A proposito, Quique gli aveva detto che la quota duemilatrecento, dalla parte della Batllia,
poteva diventare una pista nera fichissima se ci costruivano una seggiovia e si facevano saltare quattro
rocce. Sì, mamma. E mise giù, voltato verso la parete, maledicendo quella rompiscatole di sua madre
che aveva telefonato da Madrid solo per controllarlo e per farlo vergognare davanti a chicchessia,
perché Marcel sapeva che lei non si era bevuta la storia dello sciopero di lunedì e sicuramente lunedì
sera lo aspettava una predica se lei passava per Barcellona prima di andare a casa Gravat, e Marcel
sapeva che lei sapeva che non aveva mentito quando le aveva assicurato che stava per andare a letto.
«Sì, mamma.»
Marcel si stese, umiliato per il tono di presa in giro del sì mamma di Lisa. La ragazza si era tolta
le mutandine e le brandiva facendole girare con un dito. Com'è bella, Lisa. Le si avvinghiò, rotolarono
per terra, lui disse come pretesto che era molto scomodo rilassarsi su una superficie così dura e, come
già da ore aveva stabilito il destino, andarono a letto. Ma non perché la superficie fosse dura, quanto
piuttosto perché la presenza dello sguardo magico della giovane e avvenente Elisenda del quadro sopra
al camino lo lasciava indifeso. Scelsero il letto imponente della madre, in una stanza scaldata
dall'impianto centralizzato e con le pareti tappezzate con i fantasmi di dieci generazioni di Vilabrù, ma
soprattutto senza ritratti che ti facessero sentire a disagio e che ti ricordassero che tua madre adesso è
nella fase bigotta e si è circondata di nuovo di vescovi e preti e continua a rompere con la sua mania di
santi e beati e se mi vedesse mentre scopo con Lisa Monells mi parlerebbe del peccato, del pentimento
e del proposito di emendamento. E se mi vedesse padre August, poveretto, morirebbe direttamente.
12
Il terzo uomo fece un segno con il braccio sinistro. Sapeva che gli altri lo potevano vedere solo
se la sua sagoma si stagliava contro la neve e per questo si era situato in mezzo al prato innevato. Ma
sapeva anche che se lo vedevano i suoi compagni, altrettanto valeva per i nemici, se ce n'erano. Ne
ebbe la certezza quando la pallottola gli distrusse mezza faccia. Non aveva ancora avuto il tempo di
abbassare il braccio sinistro. Sul paesaggio natalizio di neve bianca delle cinque di pomeriggio del sei
dicembre millenovecentoquarantatré si formò una macchia scura di sangue del primo maquis caduto
nella valle d'Isil nella lotta contro il fascismo. E i suoi compagni non risposero amen ma masticarono
una bestemmia perché il colonnello Nerval gli aveva assicurato che fino a sud di Isavarre non c'erano
posti di vigilanza. Il secondo uomo fece un segno al tenente e scomparve nel buio. Il tenente Marcò
capì che andava a vedere chi gli stava fermando l'avanzata. Guardò i suoi uomini, una trentina di
volontari con la barba di qualche giorno, con la determinazione negli occhi e senza voglia di
autocompatirsi. Per qualche istante si sentì orgoglioso di comandare quel drappello, mischiando questo
sentimento alla paura, ed ebbe un ricordo doloroso per Paco, l'uomo che aveva dipinto di scuro la neve
del prato dall'altra parte della strada, mentre il secondo uomo gli stava già sussurrando via libera, li ho
fatti fuori, solo due soldati.
Le tre pattuglie attraversarono il fiume e passarono davanti al posto di vigilanza che secondo
quel bastardo di Nerval non esisteva e che era formato da due soldati morti, due mauser, una cassa di
munizioni e una gavetta piena di ceci congelati. Due maquis confiscarono i fucili e un terzo la cassa di
munizioni, il tutto senza fare rumore, quasi meccanicamente, e nessuno ebbe uno sguardo di
compassione per quei due soldati sgozzati così giovani, perché il loro obiettivo era quello di arrivare là
dove il primo uomo doveva ormai avere i piedi ghiacciati dalla lunga attesa.
«Che era quello sparo?» disse questo, battendo i piedi per terra per non farseli congelare.
«Avevi dei soldati a meno di cento metri.»
«Si è sentito dappertutto. Arriverà subito un camion. Devono essere a Borén. O anche più
vicino.»
«Allora ne dobbiamo approfittare.»
«E il ponte?»
«Ci possono andare i tre artificieri. Potranno lavorare con calma, te l'assicuro.» A tutti gli altri
uomini: «Schieratevi e preparate le granate.» E come la madre che saluta il bambino che va a scuola
con la sciarpa intorno al collo e fin sul naso, lo zaino dei libri e degli entusiasmi sulla schiena, e gli
raccomanda di stare attento quando scende dal marciapiede, il tenente Marcò sussurrò a tutto il
drappello: «Attenzione al fuoco incrociato.»
Non uno, ma tre. Tre camion carichi di soldati. Quindi avevano delle truppe più su di Esterri.
Loro, che avevano passato il pomeriggio nelle capanne in attesa del buio, non ne avevano avvertito
nemmeno l'odore. I camion avanzavano lenti ma inesorabili, uno dietro l'altro, come le processionarie,
illuminando debolmente il nastro bianco della strada stretta, con una mitragliatrice sulla cabina del
primo veicolo che guardava sempre verso nord, verso il nemico invisibile, mentre il comandante
bestemmiava contro quei figli di puttana del maquis, se lasciassero fare a me, metterei fine a tutto in un
giorno.
Il tenente Marcò lasciò passare il primo camion e i suoi uomini, frenetici e agitati, pensarono
che questo voleva dire combattimento all'ultimo sangue e non una semplice imboscata per poi fuggire
di corsa. Più d'uno pensò che ci faccio io qui, a morire di paura, di freddo e di morte, e con la coda
dell'occhio tutti osservavano il tenente che teneva gli occhi neri e brillanti fissi sulla strada nel
momento in cui passava il secondo camion e, quasi attaccato a questo, il terzo. Allora dette il segnale e
cinque granate volarono nel cassone del terzo camion e un altro paio entrò nella cabina. Tre o quattro
secondi dopo, una serie di esplosioni, grida, vampate e bestemmie dipinse la notte di dolore e il camion
si mise di traverso sulla strada impedendo agli altri due di retrocedere, come se il suo autista, con le
braccia amputate dalla granata, fosse stato uno stratega venduto al maquis.
A un grido del tenente Marcò, i due maquis appostati con la mitragliatrice sul bordo della strada
iniziarono a sventagliare raffiche contro gli altri due camion, da cui scendevano soldati che, pur
correndo per salvarsi sul bianco della neve, andavano dritti verso la morte perché non si rendevano
conto che uno dei principi fondamentali dell'imboscata è quello di calcolare i tuoi movimenti per
prevedere e forzare quelli del nemico in modo tale che quasi impressiona constatare come questi segua
per filo e per segno i passi che noi vogliamo che segua e così vinciamo la partita perché siamo noi che
muoviamo le pedine sulla scacchiera e sembriamo quasi degli dei, mentre loro sembrano solo questo,
delle processionarie. Persino Aureli Camós, di Agramunt, che aveva combattuto sull'Ebro con l'esercito
repubblicano e che al ritorno a casa era stato riacchiappato dai franchisti, con due fratelli in esilio e solo
ventitré anni nella memoria, scese dal camion e si schiantò contro il suo tragico destino. E il
comandante furioso del primo camion si accorse troppo tardi che la mitragliatrice lì, in testa al
convoglio, non gli serviva a niente perché se sparava indietro ammazzava i propri soldati, e imprecando
contro quei figli di puttana del maquis, corse anche lui a cercare la morte tra la neve bianca, così come
era scritto nei manuali elementari dell'imboscata.
Ventitré uomini morti, cinquantadue in fuga sulla neve, per i dirupi, per l'acqua gelata della
Noguera, per l'ignominia, ottanta fucili, due mitragliatrici, tre casse grandi di munizioni, un
radiotrasmettitore, cento granate, un coltello a serramanico dell'esercito svizzero macchiato di sangue e
l'orgoglio dell'esercito franchista sottratti dal drappello di maquis ed entrati in possesso dell'esercito di
liberazione contro il fascismo. E venti paia di stivali confiscati. Un quarto d'ora di spari, grida e
confusione, sotto lo sguardo gelido del tenente dagli occhi neri come il carbone, dieci minuti per
raccogliere il bottino e tutta una vita per sparire arrampicandosi su per le capanne di Risé e ancora più
su, a cercare il Pic de Pilàs e, camminando lungo la linea di cresta, ormai all'alba, con le racchette ai
piedi, con il chiarore accusatore, arrivare stremati al confine francese sul Mont-roig. Ma non tutti
salirono in cima alla montagna con la sensazione di aver compiuto il proprio dovere. Un gruppo rimase
appostato con il tenente nella grotta a osservare la reazione del nemico.
Il generale Sagardìa. Lo stesso generale Antonio Sagardìa Ramos, ex capo della 62a Divisione
del Corpo d'Esercito di Navarra, che con meritevole impegno si era conquistato la fama di macellaio
del Pallars, in visita ufficiosa nella zona in cui era diventato famoso, vedendo la distesa di cadaveri
mutilati fece schioccare la lingua schifato e disse al tenente colonnello che faceva gli onori di casa che
la colpa era del comandante incompetente che giaceva davanti a lui, senza un occhio e senza vita ma
con la sua stella sul berretto, che si era fatto intrappolare nella più elementare delle imboscate
guerrigliere. E poi passano me alla riserva.
Il risultato era stato quello previsto dal maquis: raddoppiare gli effettivi in quella valle e ridurli
in altri punti. Quando il grosso delle forze di ispezione tornava con i morti e con alcuni dei soldati
dispersi per la paura, quando il camion che portava tutti questi si trovava sul ponte di Àrreu, il tenente
dagli occhi di carbone disse adesso! Uno dei suoi uomini sparò in aria un bengala e venti secondi dopo
il ponte, con due jeep e un camion, saltava in aria con quell'allegria. Il tenente Marcò sapeva che a
partire da quel momento la vita sarebbe stata molto dura per le squadre di maquis che operavano da Isil
a Collegats, tra le altre cose perché gli si congelava la via d'uscita per il passo di Salau e dovevano fare
delle deviazioni lunghe, ma abbastanza sicure, per Espot, Els Estanyets e il Montsent.
«Un dipinto è una stronzata.»
«È un modo di distrarmi. Il lavoro della scuola è di routine.»
«E che ha fatto? Cercava la tresca?»
«Scusi?»
«Chiedevo se la signora Elisenda ti ha insinuato sesso.»
Se la signora Elisenda gli aveva insinuato sesso... L'ultima seduta era arrivata come arriva tutto
quello che fa male nella vita e Oriol, dopo aver cambiato i toni delle pieghe del vestito, dopo aver
contemplato quegli occhi vivi cresciuti nella tela e dopo essersi reso conto che se là non c'era fuoco
poco ci mancava, sospirò mentre puliva il pennello con uno straccio e guardava gli occhi della tela
dicendo credo di non poter fare altro. Ho finito, Elisenda. Elisenda si alzò rapidamente, andò verso la
tela e la contemplò per un lungo minuto in silenzio, in modo che Oriol aveva davanti quegli occhi che
era riuscito a far sì che penetrassero le anime, e dietro il profumo che lo trasportava chissà dove. Con le
mani sottili e delicate, che emanavano profumo di tuberosa, applaudì davanti al quadro.
«È un capolavoro» disse emozionata.
«Non lo so» rispose cauto Oriol: «Ma mi è venuto da dentro.»
Pochi secondi prima che Oriol morisse d'ebbrezza, un'intensissima scossa gli passò lungo tutta
la spina dorsale perché lei gli aveva messo la mano sulla spalla, lasciandola lì. Senza preavviso si
chinò, mostrando il principio dei seni, e gli diede un bacio silenzioso sulla fronte.
«Te ne sono molto grata» disse. «È un ritratto straordinario. Ti ci dovresti dedicare.»
Se la signora Elisenda gli aveva insinuato sesso. Oddio. La signora Elisenda non mi ha
insinuato sesso, io penso in continuazione ai suoi occhi e Rosa è sempre più ostile perché si è accorta di
qualcosa, le donne captano tutto subito con non so quali antenne. Mio dio. Forse non avrei dovuto
accettare quel lavoro, mi sarei dovuto limitare alla scuola e a dire a Elvira Lluìs, a Célia Ventureta e a
Jaumet Serrallac, gli unici grandi della classe che i genitori non avevano ancora tolto da scuola per
mandarli a mietere l'erba, che il soggetto è la Spagna, che un soggetto non può andare con una
preposizione, lo capisci, Jaume, lo capite? Se diciamo la Spagna cresce con grande amore per il
Caudillo, con grande amore non è soggetto.
«Però è la parola più importante» tossì Elvira Lluìs.
«Che vuol dire la Spagna cresce con grande amore per il Caudillo, signor Oriol?»
«Beh, questo è l'esempio del libro. Ne faremo un altro: Il frumento cresce con grande amore per
l'acqua.»
«Che cos'è il frumento?»
«Il grano.»
«Beh, questo si capisce meglio. E il soggetto dev'essere il frumento. Eh?»
«La signora Elisenda non mi ha insinuato sesso né niente di tutto questo. È una signora.»
«La conoscerai. A proposito, ti ha pagato?»
«Religiosamente. Ma che vuol dire che la conoscerò?»
Girò il cucchiaino nella tazzina di caffè vuota e lo lasciò sul piattino. Aveva voglia di tornare a
casa ma aveva paura di tornarci e di affrontare lo sguardo carico di rimproveri muti di Rosa, che non
aveva neanche sorriso quando le aveva portato i soldi del quadro.
«Le ricordo che Elisenda è una signora sposata.»
«Una signora sposata con uno scapestrato che passa le sue giornate... Bah.»
Oriol si alzò e il signor Valentí si stupì che l'altro prendesse l'iniziativa. La cosa lo irritò. Lo
fece risedere con un gesto brusco. Si piegò sul tavolino fino a portare la sua faccia davanti a quella di
Oriol in modo che questi potesse sentire senza problemi il suo alito acido e disse io sì che mi sono
scopato la tua signora Elisenda. E ti assicuro che non è niente dell'altro mondo.
Quando Oriol stava per rispondere indignato ma che vuole, uno degli uomini del signor Valentí,
quello con i capelli ricci, entrò a casa Marés, andò dritto al tavolo del sindaco e gli bisbigliò agitato
qualcosa che Oriol non riuscì a capire. Valentí Targa si alzò d'improvviso e fece lo stesso gesto brusco
di prima ma che ora voleva dire seguimi e Oriol rispose devo tornare a casa, perché Rosa.
«Lascia stare tutto e seguimi» disse come Gesù. «E copriti.»
Quello con le sopracciglia folte fermò la macchina accanto al cimitero di Sort, davanti a una
tettoia con una ventina di bare messe in fila. Dalla macchina scesero tre falangisti in divisa e Oriol che,
senza accorgersene, aveva preso i gesti del gruppo. I soldati di guardia li salutarono e li lasciarono
entrare. In un angolo, un corpo steso a terra, con un'indefinita divisa militare, un occhio aperto che
implorava un'impossibile vittoria e l'altra metà della faccia trasformata in una massa sanguinosa.
Valentí smosse il cadavere con la punta del piede in modo che rimanesse a pancia in su. Oriol, che
tremava al suo fianco senza voler guardare nei particolari quel volto della morte, non resistette e se ne
andò a vomitare in un angolo. Valentí lo osservò qualche istante, tenne per sé il commento e si chinò
accanto al cadavere del maquis.
«Guardate qui» disse senza girarsi.
Oriol si avvicinò con un fazzoletto sulla bocca, pallido e con le gambe che stavano per cedergli.
Gli altri gli si misero tutt'intorno. Valentí stava tirando il risvolto della giacca del morto. Nell'asola
brillava un distintivo metallico. Lo tolse dal risvolto e lo tenne sulla palma della mano. Era una
campana rossa. Oriol l'osservò in silenzio, senza sapere che cosa volesse dire tutto quello.
«Questo maquis era della squadra del tenente Marcò» disse al gruppo. «Portano una campanella
per prendersi gioco di noi. Li guida Eliot.»
«Chi è Eliot» disse quello con i baffi più sottili.
«Un inglese che conosce la zona palmo a palmo e che sembra gli piaccia giocare con noi. Con
l'esercito.» Quasi con invidia: «È molto bravo.»
Oriol guardò la distesa di soldati morti e provò desolazione. Il signor Valentí Targa, come se li
stesse istruendo, continuò a spiegare che questi Eliot e Marcò erano furbi, ma che lui ormai sapeva
come si muovevano. Se l'esercito mi volesse dar retta...
Si mise in tasca il distintivo con la campanella, indicò i soldati morti e disse ora sapranno se
sono un uomo con le palle. Finora è stato solo un gioco.
Gli altri si guardarono in silenzio, senza capire fino in fondo. Oriol pensò che se il fatto che il
sindaco e i suoi falangisti avessero ammazzato due paesani perché si diceva che avevano partecipato
alla morte dei Vilabrù e un altro paio perché erano anarchici e repubblicani era solo un gioco, che
faccia avrebbe avuto l'orrore a partire da adesso.
13
Tina ringraziò Joana con un sorriso distratto per il caffè che le porgeva. Guardò fuori della
finestra. I bambini erano usciti da pochissimo e cominciava già a imbrunire.
Maite, arrampicata su una sedia, attaccava dei fogli con le puntine all'enorme bacheca di
sughero che avevano collocato nell'atrio, che avrebbe fatto da richiamo e da murale cronologico
dell'esposizione. Tina soffiò sul caffè mentre osservava Maite che attaccava i fogli sul sughero. Certo
che poteva essere lei. Eccome, se poteva esserlo. Ma che ci trovava Jordi? Perché si erano messi a... Più
sveglia, più colta. Maite è più colta di me. È questo che l'ha attratto? E non ingrassa come me.
«Passami quel foglio. Quello con la foto, sì.»
Povera Maite, pensò Tina mentre le avvicinava il foglio con la foto. Si volle concentrare sul
lavoro perché altrimenti non avrebbero mai finito e disse credo che dovremmo aprire una sezione
dedicata alla guerra civile. Maite la guardò dall'alto. Ricard Termes e Joana, che stavano ritagliando
delle cose, interruppero il lavoro e la guardarono. Si accorse che era il centro dell'attenzione di tutti, e
questo le metteva sempre un po' d'angoscia.
«Non ne sappiamo un cavolo della guerra civile» disse cauto Ricard Termes.
«Sai che lavoraccio sarebbe?» Maite, con prudenza.
«Che fatica, no?» ribadì Ricard.
«Me ne occupo io. Sembra che da queste parti ci sia stato molto movimento durante e dopo la
guerra, con il maquis.»
«Se ci pensi tu...» Come spiegazione: «Perché se questa storia dura ancora molto, mia moglie
chiede il divorzio.»
Joana, senza dire niente, se ne andò verso la segreteria mentre gli altri stavano ancora
calcolando se valeva la pena aprire una nuova sezione sulle scuole durante la guerra e Ricard diceva a
quanto ne so, durante la guerra funzionavano tutte le scuole perché questa non era una zona di grandi
casini e Maite, sì, e Joana tornava dalla segreteria con una cartellina così piena di fogli che sembrava
stesse per scoppiare. L'aprì. Dentro c'erano alcuni numeri del bollettino parrocchiale. Passò a Tina uno
dei primi.
«Questo ha a che vedere con l'argomento» le disse, indicando l'articolo intitolato un nuovo
martire per Dio e per la Patria e una foto molto scadente in cui si vedevano due figure piccole, vestite
con l'uniforme della falange, con lo sguardo rivolto verso l'obiettivo. Uno teneva il braccio appoggiato
sulla spalla dell'altro e la vita gli sorrideva. Tina non poteva sapere se uno di essi era Oriol Fontelles
perché non si distinguevano bene i tratti e l'unica immagine che aveva di Oriol era quella
dell'autoritratto fatto davanti allo specchio del bagno della scuola.
Mentre cominciava a leggere l'articolo, Tina sentì in sottofondo Maite che chiedeva cos'è, e
Joana che rispondeva parla di un maestro di Torena. E Ricard, ah, quello ucciso dal maquis, sì, ne
aveva già sentito parlare. E Joana a Maite, dicono che sia stato uno dei grandi fascisti della zona, ed era
maestro di scuola, pensa. Allora Ricard storceva il naso e diceva ma questo ci complicherà la vita, se
apriamo un altro fronte non arriveremo in tempo all'inaugurazione, e Maite rispondeva, va bene, va
bene, casomai ne riparliamo, adesso non ti allarmare. Intanto Tina stava leggendo, in uno stile fiorito,
contorto, ufficiale e artificiale, che una settimana prima, il diciotto ottobre
millenovecentoquarantaquattro, giorno dell'evangelista san Luca, sapendo che era una giornata in cui
avrebbero potuto fare molto danno, una numerosa e potente squadra di maquis ha assaltato tre paesi
della zona (Torena, Sorre e Altron) con l'obiettivo di impossessarsi di quella quota e di avanzare da lì
senza ostacoli con l'intenzione di bombardare con l'artiglieria pesante la valle della Noguera e il
capoluogo, allo scopo di distogliere l'attenzione delle forze nazionali eccetera, eccetera. Saltò
velocemente qualche riga. Qui, qui: ...il coraggioso intervento del maestro di Torena, Oriol Fontelles
Grau, che da solo, armato di una pistola di piccolo calibro, ha affrontato la ciurma rossa che voleva
penetrare nella chiesa per commettere una profanazione. Oriol Fontelles, il nuovo martire, ha fatto loro
fronte dall'interno e li ha tenuti in scacco fino a due ore dopo che le munizioni gli erano finite. Dalle
notizie che abbiamo, ancora agonizzante ha dichiarato al suo amico, il sindaco di Torena, il camerata
Valentí Targa, che lo ha accolto tra le sue braccia perché morisse in pace, che aveva resistito per dare
tempo alle forze dell'ordine di arrivare a Torena senza problemi e senza che i rossi potessero
conquistare una posizione di privilegio. Sapeva, gli ha detto, che dava la vita per salvare altre vite ed
era contento di farlo. Poi il santo guerriero, il maestro laborioso, ha reso l'anima al Signore degli
Eserciti del Cielo e della Terra ancora nel fiore della gioventù. Riposi in pace un eroe e un martire, il
falangista Oriol Fontelles Grau (1915-1944). Cavolo.
«Lo posso tenere?» chiese Tina a Joana, indicando la cartellina strapiena di bollettini
parrocchiali.
«Per me...» Joana guardò Maite. Neanche lei aveva niente in contrario.
«Sai, per il libro... Non lo so... Insomma, questo argomento mi interessa. Anche se poi non ne
verrà fuori niente.»
«Però per l'esposizione» Ricard prese la palla al balzo «lasciamo perdere la guerra, dai, che ci
complicherebbe troppo la vita. Va bene?»
Decisero di sì, potevano lasciar perdere perfettamente la guerra.
Mentre chiudeva la cartellina facendo schioccare gli elastici, Tina si avvicinò a Joana e le disse
grazie, mi sarà molto utile. Lei la guardò negli occhi e le chiese perché sei triste, Tina e Tina rimase a
bocca aperta mettendoci qualche secondo a reagire. Poi deglutì e disse perché... perché Arnau ha deciso
di farsi monaco.
14
Rosa stava mettendo la verdura sul fuoco. Dalla minuscola finestra, ora guarnita con tendine
nuove a quadretti bianchi e verdi, vide passare tre o quattro uomini scuri, confusi nella poca luce della
piazza. Oriol camminava dietro a loro, più lento, vacillante, ma li seguiva. Le sembrò che lanciasse uno
sguardo veloce verso la finestrella e le sembrò anche che seguisse, un po' controvoglia, il gruppo di
falangisti che infilavano il Carrer del Mig dirigendosi verso qualche minaccia. Rosa sospirò e si sedette
con il cestino davanti pieno di bucce di patate; in quel momento sentì il primo calcio di suo figlio e
desiderò di tutto cuore che fosse una figlia.
Oriol si era lasciato superare dai tre uomini in uniforme che si misero subito accanto al loro
capo. Salivano per la strada stretta e, malgrado il freddo, Quim di casa Narcìs era sulla porta a
osservare il gruppo con gli occhi che gli brillavano dalla gioia, trattenendosi dal bussare alla porta di
casa Birulés per dirgli finalmente qualcuno mette le cose a posto, Feliu. Si limitò a salutare il nuovo
maestro con un gesto molto educato a cui l'altro non rispose, perché era troppo sbigottito. Valentí
arrivò a casa Ventura e bussò con impazienza al vetro della finestra. Poi successe quello che successe e
che Oriol vide dalla porta d'ingresso: dov'è quel figlio di troia di tuo padre, lasciatelo stare, lui non sa
niente, e soprattutto lo sguardo duro della Ventura fisso nei suoi occhi quando disse sapete dov'è la
Francia? fatevelo spiegare dal maestro, prima di volare in aria per lo schiaffo di Valentí. Poi non vide
nient'altro perché era già uscito in strada. E quando tornò a casa, pallido e con le occhiaie, Rosa, pallida
e con le occhiaie, tossiva e non gli chiese che cosa era successo. Lui non disse niente, si sedette con lo
sguardo nel vuoto e a lei cominciò a fare schifo suo marito. Rosa andò a letto senza aver cenato e senza
dire niente, come stavano facendo anche a casa Ventura. Oriol dovette togliere la pentola dal fuoco. In
quel momento bussarono alla porta e per un momento si immaginò che fosse Elisenda Vilabrù che
veniva a dirgli, con la sua voce di velluto, che era stato tutto un errore. Invece no. Era il falangista con i
baffi sottili.
Il Ventureta si chiamava Joan Esplandiu Carmaniu, aveva quattordici anni e gli occhi spalancati
dal panico. L'avevano fatto sedere su una sedia, senza legarlo, e Valentí, con un sorriso benevolo, gli
stava offrendo un bicchier d'acqua che l'altro bevette avidamente. Poi gli offrì una sigaretta e il
ragazzino disse di no e Valentí su, dai, sono sicuro che fumi di nascosto e il Ventureta disse sì, signore,
a volte, ma mi dà un po' fastidio, e Valentí, come vuoi, e ritirava l'offerta. E adesso che siamo diventati
amici mi puoi dire tutto quello che sai di tuo padre, e il ragazzo, ma io non ne so niente, mamma ha
ragione.
«No. Aspetta: tuo padre è in Francia?»
«Credo di sì.»
«Dove?»
«Non lo so. Mio padre e mia madre si sono separati e mamma non sa niente di lui né ne vuole
sapere niente.»
«E come mai l'hanno visto saltare dentro il cortile all'alba?»
«Non sappiamo neanche se è vivo, signore!»
«Io invece lo so. È vivo ed è diventato un assassino. Voglio sapere quando viene a trovarvi di
nascosto a casa.»
«Ma le sto dicendo che...!» Il ragazzo non osava guardare Valentí: «Quando i miei genitori si
sono separati, lui se n'è andato con l'esercito repubblicano e da allora non ne abbiamo più saputo nulla,
signore.»
«Non mi chiamare signore: chiamami camerata.»
«Sì, camerata.»
«Ogni quanto viene a casa?»
«Non ci viene, camerata. Te lo giuro.»
«Non giurare il falso.»
«Non giuro il falso: sto dicendo la verità.»
«Il maestro è qui fuori» uno degli uomini in divisa, quello con i baffi sottili e asciutti, sporse la
testa.
«Fatelo passare.»
Oriol venne fatto entrare nell'ufficio del sindaco e potè guardare il Ventureta negli occhi. Il
ragazzo distolse lo sguardo con disprezzo e lo fissò sulla parete, sotto la fotografia di Franco con
l'uniforme vittoriosa di guerra.
«Che cosa gli avete fatto?»
«Non gli abbiamo torto un capello.» Prese Oriol per il braccio e uscì dall'ufficio mentre diceva,
in modo che il Ventureta lo potesse sentire, che se il padre del ragazzo non si consegnava, gli
dispiaceva moltissimo ma allora sì che avrebbe torto un capello al giovanotto. Nel corridoio quasi buio,
davanti alla porta dell'ufficio, Valentí continuò a stringere forte il braccio di Oriol mentre gli diceva
quasi all'orecchio, con quella voce profonda, minacciosa, e con tutta la rabbia negli occhi, che sia
l'ultima volta che ti opponi a qualsiasi decisione mia in pubblico.
«Le ho solo chiesto se...»
«Qui comando io.»
«È un bambino. È solo un bambino.»
«Devi scrivere il verbale dell'interrogatorio.»
«Io?»
«Balansó e compagnia ci metterebbero dei giorni.»
«Ma cos'è, un processo? Perché non avvertiamo a Sort?»
«Se ti viene in mente di fare uno scherzo del genere» disse fuori controllo «ti impalo vivo.»
Fino a questo momento non aveva lasciato la presa sul braccio, molto alterato. Un po' più
sereno, gli puntò l'indice contro il petto:
«Io sono il responsabile dell'ordine pubblico del municipio. E se voglio stendere un verbale è
per fare le cose per bene.»
«Un bambino non può aver fatto niente.»
«Io ti ho mai detto come devi insegnare le tabelline? Se ancora si insegnano, poi.»
Quando Valentí riprese l'interrogatorio, Oriol Fontelles, il maestro nazionale riconvertito per
l'occasione in cancelliere giudiziario, era in un angolo, con carta e penna, e non guardava il ragazzo.
Valentí sedette davanti al Ventureta e gli batté la mano amichevolmente sulla spalla mentre gli diceva
vediamo, dove eravamo rimasti, ah, sì, mi volevi dire dove si nasconde tuo padre. Dove?
«Ho detto che non lo so, camerata.»
«Non mi chiamare camerata: non te lo meriti.»
«Non so dove si nasconde, signore.»
«Benissimo. Aspetteremo.» Sedette al suo fianco, guardandolo fisso negli occhi: «Siccome tuo
padre è un vigliacco, non si presenterà davanti a me e ti dovremo ammazzare. È un peccato.»
Oriol alzò la testa di scatto. Incrociò lo sguardo gelido di Valentí, come se questi avesse parlato
apposta per farlo reagire.
«Mio padre non lo saprà che io...» continuò il Ventureta.
«Certo che lo saprà. Non so come fanno, ma le notizie volano.» Prese la tabacchiera e cominciò
ad arrotolare una sigaretta. «Se non viene è perché è un vigliacco.»
Fermò il gesto e, con la sigaretta arrotolata a metà, fece un cenno verso il ragazzino:
«Ti dice niente il nome Eliot?»
«No.»
Oriol abbassò la testa e continuò a scrivere. Sentì la voce tremolante del ragazzo:
«Posso fumare, signore?»
«No. Potevi dire di sì prima.» Lo fissò, immobilizzando il gesto: «Non siamo più amici. Ti
dovrò fare del male per farti dire quello che sai.»
Joan Esplandiu di casa Ventura, il Ventureta, singhiozzò per la prima volta perché non poteva
più tenere dentro tutta la paura di quella notte.
«Non guardare me» disse Valentí mentre accendeva la sigaretta. E mentre sputava una briciola
di tabacco: «La colpa è di quel bastardo di tuo padre.»
Il Ventureta fece un altro singhiozzo e Valentí lo guardò con disprezzo:
«Ho visto morire ragazzi più giovani di te con il fucile in mano e la gioia nel cuore.» A bassa
voce, a un palmo dal ragazzino: «E tu piangi come una donna...» Gli buttò il fumo in faccia. Quasi in
un sussurro: «Dov'è tuo padre?»
«Signor maestro...» fece il bambino. «Glielo dica lei che io...»
«Il signor maestro qui è il signor cancelliere. Non hai nessun diritto di parlargli.»
Si alzò, andò dove Oriol batteva a macchina e con un gesto gli disse di passargli i fogli che
aveva riempito durante l'interrogatorio. Gli diede una scorsa sotto lo sguardo attento del Ventureta, che
sembrava si aspettasse che in mezzo a quei fogli ruvidi e scuri le lettere riproducessero il suo indulto, è
stato un errore, le nostre scuse in nome del Caudillo in persona. D'improvviso, il sindaco fece una
smorfia di disgusto. Batté il dito pensieroso sul pezzo che non gli piaceva. Quando ebbe finito di
leggerlo, rimise i fogli davanti alla macchina da scrivere di Oriol.
«Non è così. Scrivi:»
Si mise a passeggiare, le mani dietro la schiena, recitando che, avendo invitato il sottoscritto
Joan Esplandiu di casa Ventura a presentarsi in comune, questi lo fece in totale acquiescenza sua e
della sua famiglia. In mancanza di una sala per gli interrogatori, una volta nel mio ufficio, gli è stato
offerto un bicchier d'acqua. E poiché non è stato possibile delucidare le ragioni per cui lo avevamo
pregato di fare atto di presenza, fu invitato a passare la notte al comune, cosa a cui egli stesso aderì con
entusiasmo. Valentí indicò i fogli e la macchina:
«Copialo in bella» disse mentre si metteva la giacca e la sciarpa.
15
Sebbene per posizione, curriculum, patrimonio e carattere, Marcel Vilabrù fosse il tipo di
persona specializzata nel far soffrire gli altri, spezzare cuori, assorbire volontà e suscitare fedeltà, il
tutto senza muovere un dito e praticamente senza proporselo, commise l'errore di innamorarsi della
persona sbagliata. Si chiamava Ramona, apparteneva a una famiglia di artigiani del quartiere di Sants,
era entusiasta degli attacchi al potere iniziati dagli studenti di Nanterre, aveva recepito interiormente
che cosa volesse dire rivoluzione e propose a Marcel di andare a vedere tutto questo in situ. Lui finiva
Legge quell'anno e aveva sofferto per Civile e Commerciale più di quanto fosse normale. Lei veniva da
Filosofia e stava frequentando qualcosa che si sarebbe potuto vagamente definire tra il secondo e il
quinto anno. Nessuno dei due aveva alcuna intenzione di esercitare la professione per la quale si erano
preparati: Ramona perché aveva deciso che sarebbe diventata scrittrice e Marcel perché non aveva
deciso niente.
«Chilometrico, zaino, frutta secca e cioccolato.»
Marcel non osò dirle che non aveva mai viaggiato così, perché quegli occhi, quella bocca, quel
modo di non so perché mi piace tanto, e disse che bello, chilometrico, zaino, frutta secca e cioccolato.
Disse alla madre che andava con Quique a vedere le piste di Saint-Moritz, adesso che non c'era più
tanta gente, comprò il silenzio di Quique, che andò immediatamente a informarne Elisenda, che a sua
volta lo premiò, comprò i due chilometrici, si comprò uno zaino d'alta montagna, due chili di frutta
secca e trenta tavolette di cioccolato e se ne andò all'Estaciò de França con il suo amore.
In assenza del figlio, Quique passò due notti a casa della signora Elisenda a Barcellona,
nascosto in una sorta di oasi diversa dagli incontri furtivi di Torena. La condizione rigorosa del segreto
era l'unica a non essere mai cambiata dall'inizio del loro rapporto contorto e inaspettato che durava
ormai da undici anni, da quando lui era un bel giovane con le idee chiare e diciannove anni sulle spalle
e lei una donna con il doppio degli anni e qualcosina di più. Adesso Quique era ancora un bell'uomo di
trent'anni con le idee chiare e la signora aveva superato la cinquantina. E nessuno era al corrente di
quella relazione. Anzi, la signora Elisenda pensava che nessuno fosse al corrente di quella relazione e
per questo era così importante fare ogni sforzo per mantenerla segreta. A loro piaceva giocare a quella
clandestinità assoluta, perché lei non poteva rischiare che qualcuno pensasse ciò che non doveva
pensare. Neanche le persone di servizio, ora che Bibiana era morta, dovevano sapere che la signora
Elisenda aveva gli unici orgasmi della sua irregolare vita sessuale in quegli istanti in cui i due amanti si
dovevano nascondere persino dalla loro stessa menzogna.
Intanto, Parigi fu una festa. Marcel e Ramona non uscirono dalla stanza della pensione di Rue
Guisarde se non per mangiare qualcosa, prendere aria e poi rituffarsi nel loro nido. Non ebbero mai
un'idea chiara di dove si trovasse il cartier latin, ma arrivarono a scorgere la Senna, qualche ponte e il
profilo della torre Eiffel. Nel loro curriculum, a partire da quel momento, figurava che ci erano stati. In
prima linea.
Sul treno di ritorno, lui, titubante, un po' imbarazzato, o molto imbarazzato, cominciò a
confessare a una perplessa e progressivamente indignata Ramona di non essere realmente quello che
sembrava, che per favore non si arrabbiasse, che lui no, che dici, ma la sua famiglia diciamo che era
devota al regime, che il colore scuro della sua pelle non era naturale, era per lo sci; che era la seconda
volta in vita sua che prendeva il treno, e che la prima era stata per il viaggio di andata; che d'estate
andava a sciare in Argentina, che era scandalosamente ricco e che se, nonostante tutto questo, lo amava
ancora.
Quando il treno cominciava a prendere velocità all'uscita della stazione di Perpignan, Ramona
ne approfittò per scendere in corsa, con le lacrime agli occhi, il sogno infranto, l'entusiasmo spezzato.
Marcel, desolato, non potè scendere perché il treno correva già troppo forte e gridò disperatamente
Ramona, Ramona, varie volte, diventando un graditissimo spettacolo per i suoi sconosciuti compagni di
vagone.
Il giorno in cui la signora Elisenda Vilabrù, vedova Vilabrù, compì cinquantatré anni, due mesi
e cinque giorni, decise di dover dare un ritocco alla sua vita e fece comprare un biglietto per Fiumicino.
In quel momento era già una donna rispettata in tutti gli ambiti in cui ciò era importante. Aveva iniziato
talmente giovane e aveva sfruttato così bene il tempo che era difficile scoprire che cosa la rendesse così
attraente per chi esercitava il potere, se la sua abilità naturale o il fatto di possedere, per eredità
familiare, una delle grandi fortune in terre e in conti correnti. O forse era la scrupolosa educazione
ricevuta dalle teresiane, che le avevano insegnato che per forza di cose doveva entrare in un mondo in
cui non si doveva sconvolgere se si fosse trovata davanti persone senza morale e senza principi, ma
doveva sempre avere ben presente che in quel mondo l'unica cosa che non si perdonava era la
mancanza di educazione. I buoni contatti avviati a San Sebastiàn, la sua abilità naturale, il suo fascino,
la sua rigidità quando si rendeva necessaria fecero il resto, rendendola imprescindibile nel mondo degli
affari e dei contatti politici giusti per favorire gli affari. Forse la cosa più spettacolare era stata quella di
creare il primo anello - o forse il secondo - del business della neve, aveva anticipato i più audaci
puntando forte sull'industria del materiale sportivo, aveva capito che avere un buon marchio era più
importante di avere una buona merce e aveva speso molti soldi (contro lo scetticismo dei suoi
consulenti, tra cui Gasull) per crearne uno quando mancavano ancora alcuni decenni perché questo
fosse normale. E ottenne il prestigio che danno i prodotti sportivi Vilabrù, che per ragioni di marchio
cominciarono a chiamarsi Bru: sci, racchette da sci, scarponi, racchette da neve, guanti, pale, occhiali,
burro di cacao e pantaloni, pubblicizzati da Karl Schranz; racchette da tennis, palle da tennis, reti da
tennis, sedie da arbitro di tennis, polsini da tennista, polo, camicie, vendute con l'aiuto del sorriso di
Gimeno, Rod Laver e Newcombe; mazze da hockey su prato e su pista, palloni da pallavolo, reti da
pallavolo, palloni da pallamano e da pallacanestro, palloni da calcio a valvola e scarpe da ginnastica
marca Brusport, le più leggere. E le fantastiche racchette da ping pong che si esportavano in Cina,
Svezia e Stati Uniti perché offrivano leggerezza, precisione e straordinaria affidabilità d'impatto. Era
arrivata fin qui da sola, perché nessun altro tra coloro che le stavano intorno credeva in questa strategia.
Le piaceva navigare controcorrente, aggrappata solo all'insicurezza di una semplice intuizione. Del
resto, tutta la sua vita era stata così e avrebbe continuato a essere così. E ancora, come se nulla fosse,
aveva creato società, le aveva presiedute e le aveva fatte ingrassare di profitti solo con il suo olfatto e
con i consigli, sempre in una posizione più conservatrice e timida, dell'avvocato Gasull, un uomo
nient'affatto brillante, la cui grande virtù era quella di essere quasi costantemente bene informato.
Le male lingue assicuravano che Elisenda Vilabrù aveva sempre un ambasciatore personale nel
Consiglio dei Ministri. A volte le male lingue erano bene informate quasi quanto l'avvocato Gasull. Era
vero che, spesso, tra chi godeva dei favori del generale Franco c'era quell'avvocato, quell'alto
funzionario, quel latifondista che aveva ricevuto un'iniezione economica sotto forma di acquisto di
azioni in momenti opportuni da parte della signora Elisenda. Lei, inoltre, come una formichina, aveva
continuato a comprare, un versante dopo l'altro, grandi estensioni di terreno, principalmente nel Pallars,
dove voleva dimostrare il suo trionfo, ma anche altrove, ovunque se ne presentasse l'occasione. Dicono
che la metà del parco di Doñana fosse sua. Con tutto ciò, si sentiva in colpa per non aver dedicato
molto tempo all'educazione di suo figlio. Adesso che lei compiva cinquantatré anni, due mesi e cinque
giorni, Marcel stava per finire gli studi di Giurisprudenza ed era diventato, con uno sforzo titanico, un
perfetto scansafatiche. La signora Elisenda si sentiva responsabile di questa situazione ma non poteva
fare altro che raccogliere i cocci quando c'era il temporale e fargli la predica da una distanza autoritaria,
alla quale Marcel rispondeva, con atteggiamento umile, sbattendosene francamente i coglioni.
Per lo stesso motivo per cui sembrava che volesse comprare l'intera regione del Pallars, alla
signora Elisenda non venne mai in mente di lasciare casa Gravat. Sebbene il paese, che non era povero
ma faceva pena a vederlo, non fosse proprio presentabile, lei continuava ad abitare a casa Gravat, da
dove faceva lunghe conversazioni telefoniche con Barcellona o Madrid, comprava e vendeva con
fredda precisione e portava il conto dei puledri che crescevano, delle mucche cadute giù nei dirupi,
delle tonnellate di lana fatturate dopo la tosatura e di tutte le carte che l'amministratore stendeva sul
tavolo della sala da pranzo, che era dove si riunivano una volta a settimana, perché solo una volta o due
all'anno si faceva vedere, con un fazzoletto profumato sempre sul naso, in mezzo al gran daffare di casa
Padrós, il luogo in cui si generava tutta questa ricchezza. Abitare a casa Gravat, ingrandire le vecchie
stalle per trasformarle in rimessa, pulire la facciata decorata a graffiti, farsi mettere un televisore e
uscire sul balcone che dava sulla piazza a diffondere il suo profumo di tuberosa era il suo modo di far
fucilare i colpevoli che non erano stati sopraffatti dal suo Goel ed erano ancora vivi; mostrargli senza
tante storie la propria oscena ricchezza, e guardare all'orizzonte come se casa Feliçó non esistesse,
come se casa Ventura fosse stata demolita, come se i Gassia di casa Misseret, che si moltiplicavano
come conigli, fossero pari ai ciottoli della piazza; era il suo modo di dire che la guerra non era finita e
che non sarebbe mai finita perché lei sapeva onorare la memoria dei morti della sua famiglia. Tuttavia,
per comodità, si era fatta sistemare l'appartamento immenso di Pedralbes, a Barcellona, dove passava il
minor tempo possibile ma che era molto pratico. Si occupava quindi dei suoi affari in modo metodico,
preciso, sia che stesse a Torena che a Barcellona, o anche in macchina durante gli spostamenti, per cui
Jacinto Mas, sempre al volante, era una delle persone meglio informate sulla signora. Ma era anche tra
le più fedeli, perché lei mi guarda con quegli occhi che mi stanno dicendo bravo, Jacinto, benissimo; di
te mi fido e nelle tue mani confido i miei segreti perché tu, Jacinto, sei il paladino della mia sicurezza.
Se sapessi quanto ti amo, Jacinto, dicono sempre i suoi occhi; ma la barriera della società e delle classi
si interpone tra i nostri amori immortali.
L'intensa vita religiosa della signora Elisenda presentava delle lacune. Quando gli uomini di
casa erano stati assassinati e lei era fuggita a San Sebastiàn, con Bibiana in una mano e l'altra di dietro,
aveva raffreddato la propria devozione fino a smettere ostensibilmente di andare a messa. Era il suo
modo di punire Dio per non essere stato in grado di far fronte alla situazione. Ma quando era tornata a
Torena ed era successo quello che era successo, quando poteva ormai dire sinceramente che era
arrivato per lei il momento di riposare, era tornata a frequentare la parrocchia in modo regolare, con
grande gioia di padre Aureli Bagà, diventato peraltro il confidente degli inevitabili peccati della
signora. Da quando era tornata alle forme di devozione stabilite, non aveva mancato una sola domenica
l'appuntamento obbligatorio. Andava sempre a sedersi davanti, sullo stesso banco; e sempre negli
ultimi banchi, vicino all'ingresso, Jacinto Mas, a braccia conserte, controllava che stessero tutti
tranquilli. A nessuno, neanche a Cecilia Bàscones, venne mai in mente una sola domenica di prenderle
il posto. Nella chiesa di San Pietro di Torena Marcel aveva fatto la prima comunione, sebbene gli
avessero offerto di farla nella cattedrale della Seu d'Urgell e persino a Barcellona, nella chiesa dei
gesuiti di Sarrià, che avevano ottimi rapporti con l'IPAIC Sant Gabriel. E ogni domenica, all'uscita
dalla messa, metteva un biglietto ben piegato nelle mani di padre Aureli quando questi usciva in fretta a
salutarla e a far finta di salutare gli altri parrocchiani. Una volta o due a trimestre, lei gli chiedeva a che
punto si trovava il Processo e padre Aureli Bagà, che temeva sempre la domanda, doveva fare un
viaggio alla Seu per interessarsi sullo stato esatto del Processo, si interessava sullo stato del Processo e
poi addolciva una risposta che la signora Elisenda ascoltava sempre in silenzio. In quei difficili
momenti padre Aureli Bagà arrivava alla conclusione che si guadagnava abbondantemente i generosi
donativi della signora Vilabrù.
Una volta al mese veniva a celebrare la messa nella parrocchia di Torena l'anziano canonico
August Vilabrù e sua nipote Elisenda ascoltava la messa con la stessa devozione. Padre August, che i
novanta e passa anni castigavano con tanta durezza da impedirgli di cogliere al volo la questione delle
proprietà ergodiche dei processi aleatori valutati in spazi metrici compatti, a cui gli occhi si arrossavano
davanti al foglio e le formule provocavano sfarfallii e che avrebbe voluto avere una trentina d'anni in
meno per poter essere testimone del nuovo cammino della matematica, si muoveva in modo silenzioso
trascinando i propri occhi tristi da cane da caccia.
Sebbene la signora Elisenda peccasse tre o quattro volte al mese, riteneva che padre Aureli
Bagà non dovesse aver niente da dire su questo e quindi non tirava fuori l'argomento durante le
confessioni. Tra l'altro, peccava sempre di più nell'appartamento di Pedralbes che in paese, perché non
voleva che nessuno, a Torena, sentisse le sue grida d'ansia. Nessuno. Neanche le buone famiglie fedeli
a Franco, come quelle di casa Birulés, casa Savina, casa Majals o casa Narcìs, avevano l'onore di
godere della sua intimità. Cecilia Bàscones meno di tutti, perché era un individuo detestabile. La
signora Elisenda aveva deciso che non voleva avere amici a Torena. Viveva a Torena solo per ricordare
a qualcuno che aveva vinto lei. E per poter andare una volta al mese al cimitero, anche sotto la pioggia
o la neve. E per sostenere lo sguardo di Dio da una distanza più ravvicinata.
Esaminò attentamente il biglietto aereo, come se ci potesse trovare la soluzione ai suoi
problemi. Se non altro, aveva deciso che toccava a lei fare una mossa.
Partì da Torena all'alba. Durante l'interminabile viaggio fino all'aeroporto di Barcellona parlò di
affari con l'avvocato Gasull e, una volta nel parcheggio, gli chiese di lasciarla sola con Jacinto. Questi
aprì il vetro di separazione, dilatò le narici per inebriarsi dell'aroma di tuberosa e lei gli diede istruzioni
alla nuca. Jacinto le assimilò guardandola nel retrovisore e, come sempre, capì perfettamente che cosa
lei disponesse che doveva fare per risolvere il penoso spettacolo che stava dando Marcel con quella
storia della puttanella hippy.
«Quando torno non voglio fuochi accesi.»
«Saranno tutti spenti.»
«Grazie, Jacinto.»
Una sorta di spasmo al cuore, ogni volta che lei diceva bravo, Jacinto, benissimo. Ma si limitò a
rispondere buon viaggio, signora.
Era tornata con un treno notturno, stanca, triste e, soprattutto, con la dignità a pezzi perché,
malgrado la sua indignazione, ogni cinque minuti pensava adesso si apre la porta ed entra Marcel e io
gli dirò sei uno stronzo perché queste cose si dicono prima, ma se vuoi ne possiamo parlare, eh? Ma
Marcel non appariva sulla porta del vagone perché in questo momento stava recitando alla madre
l'impressione che gli avevano fatto, per catalogo, le nuove piste di Saint-Moritz, e la signora Elisenda,
che aveva già il biglietto per Fiumicino in mano, ascoltava paziente, pensando con chi devi essere stato,
chi ti ha bevuto il cervello fino al punto da inventarti tutta questa messinscena, se tu sei incapace di
spostarti da qui a lì per non dover muovere un dito.
Quando Ramona fu pronta a considerare precipitosa la sua reazione e a pensare che male c'è a
essere milionari, per l'amor di Dio, e stava per telefonare a Marcel, Jacinto Mas trovò l'appartamento in
cui lei abitava con altri studenti ed ebbero una conversazione molto interessante, lei seduta sul letto e
lui in piedi, con una sigaretta in bocca che gli faceva chiudere gli occhi, mentre passava il dito sulla
linea della cicatrice della faccia, come faceva sempre quando pensava, e guardava ogni tanto il
bastoncino di incenso che fumava solitario su un comodino recuperato al mercato dell'usato.
«Decidi tu.»
Ramona lo guardò. Era sconcertata. Come se indovinasse la sua preoccupazione, Jacinto si tolse
dalla tasca una busta voluminosa che lasciò sul letto, accanto a lei. Ramona non mosse la mano verso la
busta anche se, secondo Jacinto, moriva dalla voglia di farlo.
«Questo più l'affitto del nuovo appartamento per due anni.»
Ramona prese la busta e l'aprì. Jacinto sapeva che aveva vinto la partita. La ragazza passò le
dita sul fascio di biglietti, sbalordita.
«Ci sono tutti» la tranquillizzò Jacinto Mas. «Tutti quelli che ti ho promesso.» Allungò una
mano: «Dai, contali...»
La ragazza tirò fuori il fascio e li contò spudoratamente. L'uomo attese che finisse. Poi, senza
guardarla, disse, raccogliendo la cenere con la mano sotto la sigaretta perché non vedeva posaceneri in
giro, che se per caso vengo a sapere che hai fatto qualche mossa per facilitare che tu e Marcel vi
possiate vedere, all'università o in qualunque altro posto, ti vengo a cercare, ti tolgo i soldi, ti denuncio
per truffa e ti sbatto fuori dall'appartamento dal balcone. Devo essere più chiaro?
Ramona non lo guardò. Aveva i capelli sciolti che le coprivano quasi tutto il viso e Jacinto
pensò che quella ragazza era carina e che lui cominciava ad averne le palle piene di doversi dedicare a
passare lo straccio laddove Marcel si complicava la vita. Mi ha capito, questa ragazzetta?
«Lei è il padre di Marcel?»
Magari. Pensa che notti, che strilli, quanto cielo da toccare.
«Sì.»
Conclusero l'accordo, poi lo stesso Jacinto l'aiutò a fare la valigia e la portò nel nuovo
appartamento, che era una casa vecchia del Raval, piena di poca luce e di odori strani, ma abbastanza
grande da poterci mettere tutti i bastoncini di incenso del mondo. Però sarebbe stato bello diventare
milionaria.
Marcel non la trovò nel suo vecchio appartamento di studenti, la pianse sconsolato per qualche
mese, non la vide più in nessuna aula, chiostro o bar di nessuna facoltà, e ne fece una santa perché
aveva fatto passare l'ideologia davanti alla tentazione della vita facile. A partire da allora, ogni volta
che qualcuno gli chiedeva della sua esperienza del maggio del sessantotto, rispondeva lugubre che era
stata molto profonda, rifiutandosi di dare ulteriori dettagli. Non prese mai più un treno. Non rivide mai
più Ramona e non seppe mai se era diventata scrittrice.
Tutta la stanza aveva quell'aria immacolata perché la pulizia fisica è segno e anticamera della
pulizia dello spirito. Il crocifisso pallido, esangue, attaccato alla parete, abbastanza in alto da non
disturbare, presiedeva tutti gli accordi che si concludevano in quella sala silenziosa. Il tavolo, lucidato
fino alla sazietà, sembrava uno specchio. Da un lato lei, seduta, con i documenti davanti, la sua firma
ancora fresca di inchiostro.
«Se veramente l'Istituto accelera o aiuta ad accelerare la causa del Processo in modo
sostanziale» disse indicando le carte con un gesto delle sopracciglia «sua Illustrissima non potrà mai
immaginare la portata della mia gratitudine.»
Monsignor Josemaria Escrivà de Balaguer y Albàs, dottore in Giurisprudenza, dottore in Sacra
Teologia, professore di Diritto Romano, professore di Filosofia e Deontologia, rettore del Patronato di
Santa Isabel, Prelato domestico di Sua Santità Paolo VI, Accademico ad honorem della Pontificia
Accademia Teologica Romana, Consultore della Sacra Congregazione dei Seminari e delle Università
degli Studi, Fondatore e Presidente Generale dell'Opus Dei, Membro del Colegio de Aragón, Doctor
honoris causa dell'Università di Saragozza, Gran Cancelliere dell'Università di Navarra, Cittadino
Prediletto di Barbastre, Cittadino Adottivo di Barcellona, Cittadino Adottivo di Pamplona, Gran Croce
di San Raimondo di Peñafort, Gran Croce di Alfonso X il Saggio, Gran Croce di Isabella la Cattolica,
Gran Croce di Carlo III con distintivo bianco, Gran Croce della Beneficenza e Marchese di Peralta
chinò il capo umilmente e, con quella sua voce affabile, disse chi più interessato di me perché il
Processo si risolva in modo positivo. Separò le mani, come se volesse stringere in un abbraccio fraterno
il tavolo, la signora Elisenda Vilabrù, il generoso omaggio e la documentazione presentata e firmata, e
annunciò affiderò personalmente la questione a monsignor Álvaro del Portillo.
«E sul silenzio riguardo alla mia richiesta personale di ingresso nell'Istituto?»
Monsignore giunse le mani e si sedette dall'altra parte del tavolo. Nel silenzio, lei potè sentire,
smorzato e lontano, il traffico caotico di Roma. Guardò il suo interlocutore negli occhi, come a dirgli
rispondi che non ho tutto il giorno a disposizione. L'altro, come se l'avesse capita, rispose:
«Sebbene la sua vita sociale sia cristianamente esemplare, c'è, cara signora, un aspetto della sua
vita privata che può suscitare un certo scandalo. E povero colui da cui proviene lo scandalo, perché
sarebbe meglio che...»
«Non posso provocare alcuno scandalo» lo interruppe trattenendo l'indignazione «perché
nessuno può conoscere questo aspetto della mia vita privata.» Con un certo disprezzo: «Sua
Illustrissima come è potuto venirne a conoscenza?»
Monsignor Josemaria Escrivà de Balaguer y Albàs, dottore in Giurisprudenza, dottore in Sacra
Teologia, professore di Diritto Romano, professore di Filosofia e Deontologia, rettore del Patronato di
Santa Isabel, Prelato domestico di Sua Santità Paolo VI, Accademico ad honorem della Pontificia
Accademia Teologica Romana, Consultore della Sacra Congregazione dei Seminari e delle Università
degli Studi, Fondatore e Presidente Generale dell'Opus Dei, Membro del Colegio de Aragón, Doctor
honoris causa dell'Università di Saragozza, Gran Cancelliere dell'Università di Navarra, Cittadino
Prediletto di Barbastre, Cittadino Adottivo di Barcellona, Cittadino Adottivo di Pamplona, Gran Croce
di San Raimondo di Peñafort, Gran Croce di Alfonso X il Saggio, Gran Croce di Isabella la Cattolica,
Gran Croce di Carlo III con distintivo bianco, Gran Croce della Beneficenza e Marchese di Peralta
sorrise e preferì rivolgere lo sguardo verso le tende sul fondo.
16
Bibiana lo guardò negli occhi e indovinò in un istante tutta la disgrazia che quell'uomo avrebbe
arrecato alla ragazza. Fece un passo indietro per invitarlo a entrare. Lo guidò in salotto e lo lasciò solo.
Lui diede uno sguardo tutt'intorno. Sul caminetto, il ritratto terminato della sua Elisenda. L'odore della
pittura impregnava ancora le tende e la tela. Sì, era bellissima.
«Salve.»
Oriol si girò, allarmato. La guardò come se stesse confrontando il ritratto con il suo originale.
Era ancora più elegante che sulla tela. Si diedero la mano. L'orologio fece sentire il suo tic-tac solenne
mentre fuori, sulla piazza, un'imposta sbatteva contro il muro. Oriol si avvicinò a Elisenda. Fu sul
punto di prenderle le mani che erano come colombe selvagge. Che succede, gli dissero quegli occhi di
rame in silenzio.
«Il sindaco Targa vuol fare uccidere un bambino.»
«Che cosa?» inorridì lei.
Le raccontò tutto. Lei ascoltò in silenzio. Oriol insistette sul fatto che lui non lo poteva
convincere. Che Rosa era indignata. O più che indignata. Che Rosa era sempre più fredda, più distante.
Che Rosa, quel pomeriggio, quando lui era tornato da scuola, appena entrato a casa, gli aveva detto sai
cosa mi hanno detto?
Oriol aveva guardato Rosa incuriosito, mentre si toglieva la giacca.
«Che sei stato tu a denunciare Joan Ventureta.»
«Io?»
«Che tu avevi sentito le bambine Ventura parlare del padre. Sembra che qualche sera vada a
casa di nascosto.»
«Chi dice questo?»
«Tutti.»
«Rosa...»
«Se non fai qualcosa per davvero... ci crederò anch'io.»
Oriol si era seduto, abbattuto. Come poteva pensare qualcuno che lui...
«E io che posso farci? L'ho supplicato in ginocchio di fermarsi. Tra l'altro, non lo farà, Rosa, lo
so.»
«Qui in paese dicono che è capace di fare questo ed altro. E quelli di Altron che lo conoscono
bene dicono che è un gran disgraziato.»
«E io ti dico che non lo farà. È impossibile.»
«Andiamo a Sort a denunciarlo. Andiamo a parlare con qualcuno!»
«Ci prenderebbero in giro. E poi magari ammazzerebbero noi.»
«Sei un vigliacco.»
«Sì. Però Targa non lo ucciderà. E io non ho denunciato nessun bambino!»
È orribile che tua moglie pensi questo, disse Oriol. E dato che c'era già una certa confidenza, si
lasciò cadere su una poltrona senza chiedere il permesso. Elisenda si sedette sulla poltrona accanto e
strinse una mano di Oriol. Era molto seria ma non diceva niente.
«Tu hai influenza su quest'uomo» supplicò Oriol.
Elisenda gli teneva la mano e Oriol, malgrado il suo stato di sconvolgimento, ebbe un piacevole
sussulto.
«Io non ho influenza su nessuno...»
«Però si dice che...»
Oriol avrebbe voluto mordersi la lingua. Troppo tardi:
«Che cosa si dice?»
«No, niente.»
Elisenda lasciò la mano di Oriol con un gesto simile a quello con cui si butta nel cestino un
foglio sgualcito. Lui notò che era diventata nervosa. Non cambiò tono:
«Che cosa si dice?»
Oriol la guardò. Per la prima volta la vedeva seria. Per la prima Volta non lo guardava con
quegli occhi che lui aveva saputo dipingere. Si vide costretto a reagire:
«No, beh... dicono che qui, a Torena, Targa sta facendo i conti con la gente e...»
Elisenda si alzò e terminò la frase che Oriol aveva lasciato in sospeso sul filo di ragnatela del
soffitto:
«Con la gente del paese che ha ucciso mio padre e mio fratello, sì.»
«Sì, dicono questo.»
«Devo ricordare anche a te che io non ho niente a che vedere con quel troglodita?»
«No, sai, io...»
«Quando sono tornata, un anno fa, era già tutto fatto, purtroppo... Tra l'altro, hanno fatto i conti
da molte parti.» Si girò di spalle, come se volesse contemplare il suo ritratto. «E poi non devo dare
spiegazioni a te.»
Oriol si passò le mani sulla faccia. Insistette:
«Io voglio solo sapere se puoi intercedere per la vita del Ventureta.»
Elisenda si girò di poco, come se stesse per posare in piedi per il pittore, mostrando il busto con
discrezione, presentando il volto quasi in posizione frontale. Invece di dire sto bene così, fece un gesto
secco con il capo e disse vattene.
Oriol si alzò, gli veniva da piangere; avrebbe voluto non essere il maestro di quel paese e non
aver mai dipinto il corpo di una donna bellissima, odiosa e ammirabile. Quando era sulla porta del
salotto, sentì Elisenda che diceva non ti preoccupare, al ragazzo non succederà niente.
...
.
...
FINE Parte 1.